Riconversione. Il passato che ritorna

Riconvertire Terra dei Fuochi con la Canapa.
Oggi sembra una possibilità all’ordine del giorno eppure fino a poco tempo fa chi osava esprimere questo concetto veniva additato come pazzo o visionario.
Nell’Agro Atellano credo che uno dei primi che ha avuto apertamente la lucidità di esprimere un concetto in controtendenza circa la possibilità di curare le nostre terre martoriate con la Canapa sia stato il Maestro Salvatore di Vilio.
Poi ci sono stati i miei attuali compagni di viaggio in Città Visibile, Salvatore, Enzo e Orlando su tutti a cercare di contrapporre alla logica della “Costruzione” che imperava ad Orta di Atella, quella della “Riconversione”.
Eppure quella della canapa non è un’idea nuova, lo scrittore Carlo Gubitosa nell’inchiesta a fumetto del 2013 “Ilva – Comizi d’Acciaio” lanciava una proposta provocatoria per risolvere il problema della città pugliese: “Fare di Taranto una nuova Amsterdam, coltivare canapa al posto dell’industria per rilanciare il turismo”.
Oggi in un paese come il nostro che non ha niente più da perdere quella della riconversione poteva rappresentare una scelta politica di alto valore, riconvertire i terreni dell’ex-Eurocompost per esempio avrebbe restituito un po’ di credibilità ad una classe politica che negli ultimi anni è stata solo affaccendata nel fare affari.
Ma l’alto valore politico non lo puoi praticare se non lo hai e giustamente i nostri amministratori in quello sversatoio destinato a discarica più o meno abusiva altro non hanno visto che la possibilità di nuovi appartamenti.
E questa non è la storia di 20 anni fa ma storia recente.
Per questo noi crediamo alla riconversione delle terre ma non a quella dei politici, perché un amministratore che ha avallato di tutto negli ultimi due decenni, per quanto fulminato sulla via di Damasco non può mettersi a disposizione per un progetto di “Cambiamento” perché porta con se un concetto di fare amministrazione, sbagliato, malato, lo stesso concetto che ha affossato il nostro paese.

Sogno di una notte di mezza estate (notte lunga ortese)

È bella la vita in questa parte dell’agro.
Il carretto passava e l’uomo gridava gelati. D’estate è ancora più bella.
La terra, solleticata dal sole, trasuda profumi, essenze di fiori. I bambini giocano.
Non è Orta un posto per satrapi. Mica può accadere, qui, che qualcuno abbia con se ottanta persone su cento.
Non accadono cose di cui vergognarsi.
Mai è capitato sopra ai pollieri, alla croce santa o in qualsiasi altrove, che qualcuno comprasse il consenso di una famiglia con la promessa del lavoro o un buono spesa. Mai.
La Real Ortese, per interposta persona, dopo una estenuante trattativa segreta, ha comprato il nipote di Jairzinho.
Ieri al Teatro Comunale i bambini delle scuole hanno recitato le Ultime lettere di Jacopo Ortis.
Quando l’attore ha pronunciato “l’umanità geme al nascere di un conquistatore e non ha per conforto se non la speranza di sorridere su la sua bara”, il pubblico in sala si è alzato compatto applaudendo.
La politica è bella sotto il cielo di Orta di Atella.
Ognuno ha delle idee. E non esiste il baratto. Si salta sui carri solo alla festa del paese.
Il sole batte sempre in mezzo ai palazzi.
Le madri, e pure i padri, guidano senza scossoni i passeggini delle nuove generazioni.
La partecipazione è altissima nel punto ortese del pianeta.
Proprio ieri è sorto un Laboratorio Politico permanente.
L’altro giorno ne era sorto un altro. Ma era temporaneo.
Qua la gente sta dalla parte di chi scavalca il muro per giocare a pallone, mai dalla parte di chi tiene chiuse le porte.
Ieri la Real Ortese ha vinto la Champions League contro la Juventus con un gol in fuorigioco del nipote di Jairzinho.
Mai qui si è udito il clangore degli schiavettoni.
Qui noi siamo felici. Poi mi sono svegliato.

L’eco della tela

Grande successo per l’esposizione L’eco della tela andata in mostra dal 3 all’11 giugno presso i giardini del suggestivo chiostro settecentesco del Convento di San Donato, vero e proprio gioiello artistico nel cuore di Orta di Atella.
La mostra, organizzata dall’associazione Presepe e dintorni, ha reso protagonista l’arte nelle sue espressioni pittoriche: i visitatori hanno potuto ammirare oltre cinquanta opere appartenenti ai più importanti artisti attivi sul territorio atellano tra i giardini e le meravigliose volte affrescate del convento.
Un modo per riavvicinare l’arte ad un territorio che ha perso la sua bellezza originaria a causa della speculazione e del cemento che hanno invaso il nostro vivere quotidiano, negandoci ogni contatto con la realtà sensibile: agli organizzatori della mostra va infatti riconosciuto il grande impegno impiegato nella valorizzazione del grande patrimonio artistico e culturale atellano nonché il merito di aver saldato il linguaggio universale dell’arte a forme, colori, espressioni e suggestioni pittoriche trasformando Orta di Atella in un piccolo museo a cielo aperto.
Un’occasione inoltre per ringraziare Milena e Martina, curatrici della mostra, convinte come noi che il riscatto di Orta di Atella debba passare necessariamente attraverso la riscoperta della bellezza e la sua valorizzazione

Per ritornare un paese normale, ci vediamo sulle barricate

La situazione politica e sociale di Orta di Atella ha bisogno, in questa fase quanto mai delicata, di trasparenza e atteggiamenti chiari e riconoscibili. Mai in politica si dovrebbe preferire l’accordo sottobanco ad un’intesa aperta e stipulata alla luce del sole, ma riteniamo che, in questo determinato periodo storico, questa esigenza sia ancora più urgente.

Tutti sappiamo cosa ha passato il nostro paese sotto l’aspetto finanziario, urbanistico e culturale e parlarne, per quanto qualcuno possa non concordare, non è né superfluo né stucchevole, ma è un esercizio di memoria che serve per costruire il futuro, avendo ben chiaro cosa non vogliamo essere e cosa non vogliamo più fare.

Non è nostra intenzione dividere Orta di Atella in buoni e cattivi, ma non ci si può chiedere neanche di dimenticare il passato con la filosofia del “Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”, perché noi sappiamo bene che “chi ha avuto” lo ha sottratto alla vivibilità e al patrimonio di un’intera cittadinanza. “Chi ha dato”, ha pagato un prezzo troppo alto.

Il nostro Collettivo ha un nome che è una dichiarazione politica: Città Visibile.

Ci chiamiamo così perché ispirati da un passo de “Le Città Invisibili” di Italo Calvino che parlando dell’Inferno quotidiano suggerisce due modi per uscirne. “Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più” e questo è quello che qualcuno ci invita a fare, “Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Questo il nostro manifesto politico, il criterio con cui ci predisponiamo anche verso le altre forze politiche per costruire un’altra città, una città normale, una città visibile.

Non possiamo avere nulla in comune con quei movimenti e laboratori politici che nascono dopo “serie e stringenti riflessioni” ma sempre e solo quando si profila la tornata elettorale ed hanno come obiettivo non quello di costruire ma quello di vincere. Non è giusto che questo paese dopo anni sia ancora orfano di proposte politiche e pieno solo di capi bastone e portatori di voti. Non è giusto per Orta di Atella, non è giusto per gli ortesi.

Non possiamo avere nulla in comune perché crediamo che la nostra Città abbia in sé ancora delle forze inespresse, abbia ancora delle capacità, sia fatta ancora da cittadini disposti a mettersi al servizio del popolo e non abbiano come ultimo scopo quello di servirsi del popolo.

Non possiamo avere nulla in comune perché crediamo che nella nostra Città ci siano ancora delle energie figlie di quella politica che preferiva l’interesse pubblico a quello privato, le idee e la sfida di una proposta politica ai voti che un singolo “signore dei voti”  possa portare in dote.

Non possiamo avere nulla in comune perché crediamo che il popolo ortese abbia la voglia e la necessità di fare una scelta politica chiara e culturalmente onesta e siamo convinti che la proposta che vogliamo costruire possa avere questi requisiti.

Non possiamo e non vogliamo avere nulla in comune con le “gioiose macchine da guerra”, ma vogliamo invece mettere in comune il nostro tempo e le nostre idee con chi voglia condividere con noi un percorso politico che vada oltre questa tornata elettorale e sia legato alle radici culturali di Orta di Atella.

Ci siederemo da persone libere con persone libere, per porre al centro la questione di un paese che prima di tutto va liberato da vecchie trame e da grigi suggeritori che per anni,senza mai esporsi, hanno sussurrato alle orecchie di chi amministrava.

Vogliamo costruire una forza inclusiva, che sia basata sulla politica e sulla credibilità delle persone. Non faremo questioni di lana caprina, a patto che si abbia come discriminante la messa in discussione dei modelli finanziari, culturali e urbanistici che fino all’ultimo PUC hanno spadroneggiato nella discussione amministrativa, con quelle forze che si prefigurano come continuità o addirittura ne vogliono raccogliere l’eredità. Contro questi alzeremo muri e verso queste persone non abbiamo altro da dire che “Ci vediamo sulle barricate”.

L’Uovo Rosso

“L’Uovo Rosso” ovvero della nuova spartizione del territorio, racconta dell’ennesima violenza che si vuole perpetrare al territorio di Orta di Atella e alle nostre coscienze.

Orta di Atella è rappresentato dall’uovo rosso al centro del tavolo e dalla speculazione edilizia che si vede sullo sfondo e che ha ormai desertificato il centro storico. Elemento in comune tra territorio “Nuovo” e “Storico” sono le colonne di fumo, soggetto fisso dei nostri paesaggi.

Il nuovo che avanza è rappresentato dall’uomo in cravatta che tende la mano, mentre il vecchio leone è lì in agguato.

Il Nuovo e il Leone hanno messo la spazzatura sotto al tavolo, nel tentativo di far dimenticare la speculazione e lo scempio che hanno perpetrato nei loro passati progetti politici.

Con i vestiti nuovi si sono sparpagliati in varie correnti politiche nati come funghi velenosi, restando però sempre figli di quella cultura politica che ha generato la Devastazione.

Da una parte della barricata

Esiste un momento in cui si tirano le somme.
Quel momento, specialmente in politica, arriva sempre. Prima o poi arriva, c’è solo d’aspettare .
E può essere imbarazzante, perché quando si tira quella linea, le prime cose che si vanno a misurare sono la coerenza e la conseguenza. E la dignità. Esistesse un Tribunale Speciale della Coerenza, della Conseguenza e della Dignità, ad Orta di Atella fioccherebbero le condanne. Una intera classe dirigente di traffichini, mestieranti e saltatori di carri dietro al banco degli imputati.
Ma si sa, quel Tribunale non esiste. Al massimo esiste nella coscienza di ognuno. O almeno così dovrebbe essere.
Non esiste un solo parametro, un solo indicatore di sviluppo che vede, in questi ultimi vent’anni, il segno positivo ad Orta di Atella. Certo, è aumentata la speculazione edilizia, il grado di commistione tra affari e politica, il livello di pervasività della camorra nella gestione della cosa pubblica, la tendenza a saltare da uno schieramento all’altro per mera convenienza, che fosse per una licenza edilizia o per un loculo al cimitero, poco importa.
Una transumanza. Gente che eletta da una parte si ritrova dall’altra. Altri che dopo anni di inettitudine si accorgono, con sgomento, che l’amministrazione è immobile “dedita ai propri affari anziché all’interesse collettivo”. Con l’unico piccolo particolare che chi parla, mentre parla, spesso, in quella amministrazione c’è ancora.
Orta di Atella come laboratorio del grottesco, come luogo incantato dove tutto si può dire e pure il suo contrario. Le parole in libertà vigilata. Ma il momento del redde rationem, del rendere conto, si avvicina. Potrebbe essere domani, tra una settimana, tra un mese. Poco importa, verrà.
E sarà il momento in cui alle parole sciolte dovranno seguire i fatti, gesti conseguenti, la coerenza del pensiero. Il farsi da parte principalmente. Sarà impossibile nascondersi, impossibile negare dove si è stati finora. Da quale parte della barricata. Perché sarà la barricata a distinguere gli uni dagli altri. Da una parte il passato, dall’altra il futuro. Da una parte la stagione grigia, vergognosamente arida, il tempo trascorso invano; dall’altra, “un tempo bellissimo, tutto sudato, una stagione ribelle”,o almeno la possibilità di immaginarlo così.
Da una parte la voce di vecchi padroni che richiamano vecchi lustrascarpe, dall’altra una ventata d’aria buona, una finestra aperta. Da una parte i correi, quelli che ci sono stati, poi no, poi si, poi senza incarichi, poi in dissenso, poi sono rientrati, poi assessori, poi, poi, poi. Dall’altra chi ha scelto da sempre la sua parte della barricata, quella dove si parla di una messa in discussione totale del modello di sviluppo edilizio di Orta, dove si parla di una grande stagione di beni comuni, di diritti e doveri, dove la piramide sociale, così come la conosciamo oggi, va rovesciata.
Il tempo della barricata è vicino. Anzi è arrivato. Arriverà pure il tempo dei tatticismi, delle piroette, del “non c’ero e se c’ero dormivo”. Ma quello non sarà il nostro tempo.