Le mani sulla città

La grande espansione urbanistica che ha interessato Orta di Atella, ciò che molti hanno avuto il coraggio di definire il volano per l’economia del nostro territorio, ha rappresentato in realtà una struttura tentacolare che ha preso alla gola un intera cittadina e l’ha strozzata. I danni di quelle scelte scellerate non si sono esaurite con la distruzione del territorio, ma hanno scavato un solco anche nell’animo sociale e culturale della nostra città.
Ancora oggi, quelle scelte ricattano e tolgono il sonno a migliaia di famiglie che non sanno il destino delle loro abitazioni, comprate col sacrificio di mutui e prestiti e diventate, nel giro di ventiquattr’ore, case abusive. I tentacoli di quella piovra sono lunghi e fanno danni anche nel presente.
Ancora oggi, i politici di professione sfruttano queste situazioni di difficoltà per promettere mari e monti a famiglie sconvolte e stremate da decenni di licenze ritirate, decreti di abbattimento, ricorsi e controricorsi; in questi drammi si annidano gli sciacalli, i mestieranti del “Me lo vedo io”. Ecco, abbiamo visto come ve la siete vista voi.
Ora, il dubbio non è più sul passato remoto, ma sul presente pronto a diventare futuro: questi tentacoli hanno manovrato, come marionette, le mani che hanno redatto il PUC? Il dubbio è legittimo, visto che a fronte di 401.634 mq di Standard Urbanistici mancanti come scuole, palestre, parcheggi e chiese, il PUC prevede altro cemento, ovvero altri 761 appartamenti da realizzare.
In questa fase quanto mai delicata per Orta di Atella, noi ci sentiamo in dovere di lanciare un appello a tutte le forze politiche del nostro territorio:
– Vogliamo fermare questi sciacalli che speculano sulle disgrazie cercando di raccattare qualche voto, promettendo soluzioni che in realtà non esistono?
– Vogliamo riscrivere un Piano Urbanistico fatto di alto impatto sociale, culturale e orientato al recupero delle aree degradate di Orta di Atella?
Ci siete a dare un segnale di discontinuità? Ma soprattutto, volete essere discontinui?
Noi ci siamo!
Vi aspettiamo sulla riva, del solito fiume, come sempre.

Al centro di un vero rilancio

Un altro anno scolastico si è concluso, mentre i problemi, le criticità della scuola pubblica restano ancora insoluti, anzi le notizie che arrivano circa l’approvazione dei decreti attuativi della legge 107 non sono per niente rassicuranti.
La Legge 107, la cosiddetta Buona Scuola del governo Renzi ha sancito ormai la distruzione della scuola pubblica, una scuola che dovrebbe svolgere il servizio verso una utenza particolare: gli alunni, i bambini e i ragazzi, invece, con sostanziali tagli (ormai cronici) di risorse mascherati da promesse e contenuti roboanti sono risultati falsi e inesistenti. Non che negli anni precedenti il Governo Renzi non ci fossero stati danni, specie ai tempi di Berlusconi, con la principale artefice di questa rovina che fu la Gelmini.
Mentre la scuola pubblica agonizza per mancanza di risorse e di valide proposte costruite sul fabbisogno pedagogico – culturale dell’utenza, i governi continuano a finanziare le scuole private, introducendo, invece, un nuovo elemento di divisione del corpo docente basti pensare alla questione del merito, usato nelle imprese industriali come metro di quantità di produzione finale, ma che, se applicato alla scuola diviene un nuovo taglio. Con un contratto fermo a nove anni fa, mostrare il merito come un incentivo alla misurazione del lavoro dell’insegnamento, ha significato condizionare l’opinione pubblica sulla necessità di non remunerare tutti i docenti. Il merito, quindi, come uno strumento per tagliare risorse. Un’altra pratica poco chiara che si è estesa ai Licei, è quella dell’Alternanza scuola-Lavoro, già attuata nei tecnici e professionali da molti anni. Allargando la platea ai diciottenni che frequentano i licei di ogni indirizzo si capisce facilmente quanto possa essere interessante che per quasi due mesi moltissime aziende e imprese possano usufruire gratis di prestazioni lavorative e non, tralasciando poi altri possibili scenari, come quello delle promesse di un posto di lavoro che possa distogliere questi alunni dallo studio e di non completare il corso intrapreso, specialmente per i più deboli (l’alternanza scuola – lavoro si effettua dalla terza alla quinta classe).
La stato delle scuole del nostro paese non si discostano molto da questo scenario, anzi per certi aspetti la situazione è ancora più allarmante, poiché la speculazione edilizia degli ultimi anni e la crescita smisurata della popolazione scolastica, hanno trovato impreparato il nostro comune a far fronte alla crescente richiesta di strutture, nuovi edifici, maggior numero di aule che potessero permettere di offrire un adeguato servizio per i cittadini e le famiglie che si sono trasferite nel nostro territorio.
La famosa Cittadella Scolastica, argomento sempreverde di tutte le capagne elettorale, oramai è diventata la “barzelletta” della politica Ortese, più di qualche politico dovrebbe dare doverose risposte su questo punto.
Tuttavia una domanda ovvia a cui potrebbe seguire una risposta ovvia la possiamo porre: perché il Comune di Orta di Atella, che aveva un plesso scolastico nella Piazza principale del paese, di sua proprietà, lo affitta (a proposito abbiamo mai percepito un pigione dal min istero dell’Interno?) a un altro Ente e si costringe ad andare lui stesso in cerca presso privati di una struttura decente dove ospitare i propri alunni? Perché non riportiamo la scuola in Piazza la ristrutturiamo con i pigioni da recuperare dal Ministero dell’Interno e diamo anche una nuova linfa a Piazza Pertini…ops…Piazza Belmonte?

Ritorno alle radici

Le radici del nostro popolo sono fondate nell’agricoltura.
Sin dalla fondazione di Atella, ante 218 a.c., il nostro territorio è sempre stato ambito per i terreni rigogliosi, tipici della cosiddetta Campania Felix.
Gli agricoltori di quel periodo sapevano sfruttare al meglio i terreni, seguendo le fasi lunari e altre tecniche naturali. Ma con il tempo il progresso delle industrie chimiche ha portato sul mercato pesticidi, concimi e fitofarmaci con i quali è possibile aumentare la produzione piuttosto che stimolare ed anticpare la crescita della coltivazione. Senza far capire fino in fondo ai coltivatori, e in primis ai consumatori gli effetti collaterali che vengono provocati dall’assunzione continua di questi prodotti chimici.
Avete mai mangiato un bella pesca grande, ma che di gusto lasciasse un po’ a desiderare?
In caso di risposta positiva, avete mangiato un frutto a cui è stata stimolata la crescita e/o la produzione dell’albero. Mentre una coltivazione sostenibile lascia che la natura faccia il suo decorso, infatti un frutto biologico, in alcuni casi potrebbe risultare meno avvenente ma con un sapore decisamente migliore.
L’agricoltura sostenibile, segue tecniche di produzione che, come l’antica Atella, evitano lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, del suolo, dell’acqua e dell’aria, con un unico scopo: produrre cibo buono.
L’agricoltura fornisce circa il 75% degli alimenti che mangiamo, ruolo fondamentale per la nostra sopravvivenza, ma solo se fatta con tecniche sostenibili può evitare danni all’ambiente e agli essere viventi. Mentre l’agricoltura intensiva può portare solamente ad enormi consumi idrici e all’inquinamento delle falde acquifere per il troppo uso di pesticidi, concimi e fitofarmaci.
Ed è per questo che bisognerebbe arrivare al concetto di integrare il benessere dell’uomo a quello della Terra. E per concepire questo pensiero, bisognerà fare attività di educazione del territorio, bisognerà adottare tecnologie nuove, bisognerà creare occupazione per combattere la povertà, bisognerà proteggere le risorse naturali e l’ambiente.

La società del rischio e l’incertezza del presente

Ogni individuo nella propria vita agisce con l’obiettivo di costruire il proprio futuro e, non di rado, si riscontrano casi di incertezze e preoccupazioni profonde, a cui non sempre si riesce a dare una spiegazione. Da ciò derivano diverse domande: cosa provoca l’angoscia esistenziale dell’uomo contemporaneo? Davvero la responsabilità di tanto malessere è da attribuirsi esclusivamente al singolo?
Uno spunto di riflessione ci è offerto da un’interessante teoria del Sociologo Tedesco Ulrich Beck, nella quale la società contemporanea è indicata come “Società del Rischio”. Parliamo cioè di un’epoca, la nostra, in cui la vita è categoricamente vincolata all’attività. L’esistenza dell’uomo deve essere dinamica, attiva, anche quando questi deve prendere una decisione: le istituzioni, afferma infatti Beck, impongono al singolo non solo l’obbligo di operare una scelta, ma anche di assumersi le responsabilità delle relative conseguenze. Se pensiamo inoltre che ciò che le istituzioni e le organizzazioni non padroneggiano incombe sugli individui, comprendiamo perché Si delinea una società contemporanea individualizzata, in cui l’Io predomina sul Noi. In un simile scenario di autodeterminazione imposta, le possibilità di errare sono molto elevate e l’eventuale fallimento sarà avvertito come una sconfitta personale. Da ciò derivano le ansie e i timori, che pervadono ogni individuo. Spieghiamo dunque queste concezioni astratte con esempi pratici: chi non ha mai udito o anche pensato “Lo Stato non mi da certezze né sul mio futuro né sul mio presente”, “Mi impegno tanto ma non riesco ad ottenere nessun tipo di stabilità, che sia economica,lavorativa o personale”. Sono queste le ripercussioni di una società egocentrica: si è soli nelle responsabilità, si è soli nelle preoccupazioni, si è soli nel dolore. Una condizione di abbandono che progressivamente diventa impotenza e poi passiva rassegnazione ad ogni sopruso, ad ogni violazione della dignità e dei diritti dell’uomo e allora, alla luce di tante riflessioni, il monito di Giorgio Gaber ” Libertà è partecipazione” non ci sembra più così utopistico: anche nella frenesia e nell’incertezza dei tempi moderni non bisogna mai smettere di pretendere ciò che spetta di diritto, mai soccombere alla rassegnazione e al pessimismo perché solo con la presenza e l’intervento attivo di un Noi , che lotta per un obiettivo comune, sarà ottenuta la libertà.

Riconversione. Il passato che ritorna

Riconvertire Terra dei Fuochi con la Canapa.
Oggi sembra una possibilità all’ordine del giorno eppure fino a poco tempo fa chi osava esprimere questo concetto veniva additato come pazzo o visionario.
Nell’Agro Atellano credo che uno dei primi che ha avuto apertamente la lucidità di esprimere un concetto in controtendenza circa la possibilità di curare le nostre terre martoriate con la Canapa sia stato il Maestro Salvatore di Vilio.
Poi ci sono stati i miei attuali compagni di viaggio in Città Visibile, Salvatore, Enzo e Orlando su tutti a cercare di contrapporre alla logica della “Costruzione” che imperava ad Orta di Atella, quella della “Riconversione”.
Eppure quella della canapa non è un’idea nuova, lo scrittore Carlo Gubitosa nell’inchiesta a fumetto del 2013 “Ilva – Comizi d’Acciaio” lanciava una proposta provocatoria per risolvere il problema della città pugliese: “Fare di Taranto una nuova Amsterdam, coltivare canapa al posto dell’industria per rilanciare il turismo”.
Oggi in un paese come il nostro che non ha niente più da perdere quella della riconversione poteva rappresentare una scelta politica di alto valore, riconvertire i terreni dell’ex-Eurocompost per esempio avrebbe restituito un po’ di credibilità ad una classe politica che negli ultimi anni è stata solo affaccendata nel fare affari.
Ma l’alto valore politico non lo puoi praticare se non lo hai e giustamente i nostri amministratori in quello sversatoio destinato a discarica più o meno abusiva altro non hanno visto che la possibilità di nuovi appartamenti.
E questa non è la storia di 20 anni fa ma storia recente.
Per questo noi crediamo alla riconversione delle terre ma non a quella dei politici, perché un amministratore che ha avallato di tutto negli ultimi due decenni, per quanto fulminato sulla via di Damasco non può mettersi a disposizione per un progetto di “Cambiamento” perché porta con se un concetto di fare amministrazione, sbagliato, malato, lo stesso concetto che ha affossato il nostro paese.

Sogno di una notte di mezza estate (notte lunga ortese)

È bella la vita in questa parte dell’agro.
Il carretto passava e l’uomo gridava gelati. D’estate è ancora più bella.
La terra, solleticata dal sole, trasuda profumi, essenze di fiori. I bambini giocano.
Non è Orta un posto per satrapi. Mica può accadere, qui, che qualcuno abbia con se ottanta persone su cento.
Non accadono cose di cui vergognarsi.
Mai è capitato sopra ai pollieri, alla croce santa o in qualsiasi altrove, che qualcuno comprasse il consenso di una famiglia con la promessa del lavoro o un buono spesa. Mai.
La Real Ortese, per interposta persona, dopo una estenuante trattativa segreta, ha comprato il nipote di Jairzinho.
Ieri al Teatro Comunale i bambini delle scuole hanno recitato le Ultime lettere di Jacopo Ortis.
Quando l’attore ha pronunciato “l’umanità geme al nascere di un conquistatore e non ha per conforto se non la speranza di sorridere su la sua bara”, il pubblico in sala si è alzato compatto applaudendo.
La politica è bella sotto il cielo di Orta di Atella.
Ognuno ha delle idee. E non esiste il baratto. Si salta sui carri solo alla festa del paese.
Il sole batte sempre in mezzo ai palazzi.
Le madri, e pure i padri, guidano senza scossoni i passeggini delle nuove generazioni.
La partecipazione è altissima nel punto ortese del pianeta.
Proprio ieri è sorto un Laboratorio Politico permanente.
L’altro giorno ne era sorto un altro. Ma era temporaneo.
Qua la gente sta dalla parte di chi scavalca il muro per giocare a pallone, mai dalla parte di chi tiene chiuse le porte.
Ieri la Real Ortese ha vinto la Champions League contro la Juventus con un gol in fuorigioco del nipote di Jairzinho.
Mai qui si è udito il clangore degli schiavettoni.
Qui noi siamo felici. Poi mi sono svegliato.