“Solo un Prete” – La Storia di Don Peppe Diana Venerdì 19 Ottobre

Se ti raccontassi la storia di un amico che non ha mai svolta attività di anticamorra, che non ha mai scritto, di pugno suo, quel famoso documento di cui tanto si è parlato; se ti raccontassi che non è stato altro che un prete di paese …

Scritto a quattro mani, nella forma di un racconto/intervista, “Solo un prete” di Giuseppe Sagliano e Luigi Intelligenza si presenta come un tentativo di fare chiarezza sulla figura e la storia del prete di Casal di Principe don Giuseppe Diana, ucciso il 19 marzo del ’94 nella sua chiesa mentre si accingeva a celebrare messa. Un qualcosa dunque che finora mancava nella nostra pubblicistica locale e nazionale: di articoli di giornali, come anche di libri, sulla figura del prete anticamorra, ne sono stati scritti tanti e diversi, dalla sua storia è stato ricavato anche uno sceneggiato televisivo con importanti personaggi del mondo dello spettacolo.

I primi due libri: uno ancora nel ’94 curato da Goffredo Fofi, “Per amore del mio popolo. Don Peppino Diana vittima della camorra” (Tullio Pironti ed.); l’altro, solo l’anno dopo, Nel solco della speranza (a cura di F. Angelino e E. Rascato Editrice Redenzione). Mentre il primo testo era frutto immediato di un gruppo di intellettuali, tra loro anche mons. Nogaro vescovo di Caserta, che accentuava la lettura socio-politica del prete assassinato dalla camorra, l’altro testo nasceva in ambito prettamente ecclesiale della diocesi aversana e conteneva i ricordi personali di coloro che lo avevano conosciuto da vicino.

Sono questi i due filoni sui quali si è mossa la memoria pubblica di don Peppe Diana: esaltazione della figura di prete anticamorra impegnato nel sociale fino a farne un agitatore politico, lettura intimistica di un prete nella sua attività pastorale.

“Solo un prete” va al di là di questi due estremi e al di fuori di stereotipi precostituiti cerca la figura autentica di don Peppe Diana con gli occhi dolenti di chi lo ha conosciuto di persona e ancora oggi non si rassegna alla sua perdita:

La natura di don Peppino Diana era quella di uomo di chiesa, di uomo e sacerdote imprescindibili l’una dall’altra, di guida spirituale, di insegnante, di capo scout. Don Peppino Diana esprimeva il proprio pensiero da intellettuale attraverso la parola del vangelo, lo faceva con facilità, perché nella parola di Dio cercava conforto, cercava spiegazioni, offriva soluzioni

Precisare che don Peppe non era in primo luogo un prete anticamorra, ma solo un prete e se si vuole un intellettuale, significa sminuirne la figura?

E perché questa lettura arriva solo ora ad un quarto di secolo dalla sua morte dopo che mass media, giornali, cinema e quant’altro, ne hanno fatto un’icona pubblica della lotta alla criminalità organizzata?

Questi, insieme a tanti altri, gli interrogativi ai quali saranno chiamati a rispondere gli autori del libro.

L’incontro vedrà, dopo i saluti delle autorità, gli autori direttamente in dialogo con i cittadini, il tutto coordinato dal prof. Luigi Mozzillo e promosso dal Centro Studi Massimo Stanzione di Orta di Atella in collaborazione con le associazioni locali Archeoclub di Atella e Città Visibile.

Non é inferno – Contest Fotografico

Anche quest’anno il Collettivo Città Visibile realizzerà un calendario con foto che raffigurano zone del territorio atellano.

Questa volta però, abbiamo pensato di non fotografare solo i luoghi, ma anche i soggetti che animano e vivono i luoghi del nostro paese ed il motivo è il seguente: noi del Collettivo Città Visibile, vogliamo realizzare un calendario ispirandoci ad una frase di Italo Calvino, che abbiamo scelto come nostro simbolo e nostra ispirazione.

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio

Abbiamo pensato di rendere reale quest’espressione attraverso una raccolta di foto che riprenderanno i soggetti che, con la loro dedizione, vivono questi posti: alcuni dimenticati, lasciati così senza qualcuno che se ne prenda cura e li renda fruibili a tutti; altri invece sottratti perché vittima dell’incuria e di atti vandalici e violenti.
Quindi, se la fotografia è la tua passione e possiedi una fotocamera; se hai già qualche foto che abbia impresso “ciò che non è inferno”; se cerchi qualcosa di nuovo e ti piacerebbe impegnarti per quest’attività, contattaci e faccelo sapere!

Scheda del concorso fotografico:

- Tema del concorso: racconta ciò che “non è inferno”: il tuo paese attraverso le tue foto, il tuo sguardo.

- Scadenza contest fotografico: gli elaborati in formato digitali vanno inviati tramite la mail contatti@cittavisibile.org o consegnati su supporto usb entro il 10/11/2018

- Le foto saranno selezionate dalla direzione artistica del Collettivo che curerà la realizzazione del Calendario

Ogni partecipante dichiara implicitamente di essere l'autore dell'elaborato e di detenerne tutti i diritti.

Pertanto ogni partecipante solleva il collettivo di Città Visibile, Ente organizzatore, da qualsiasi richiesta avanzata da terzi in relazione alla titolarità dei diritti delle persone rappresentate e di ogni altro diritto connesso all'elaborato postato o inviato o consegnato.

Ogni partecipante consente il trattamento dei propri dati personali limitato alla promozione del concorso da parte dell'Ente organizzatore.

Nulla è riconosciuto ai partecipanti per l'eventuale esposizione o pubblicazione dei loro elaborati da parte dell'Ente organizzatore.

L'Ente organizzatore non è altresì obbligato alla esposizione o alla pubblicazione, in tutto o in parte, degli elaborati.

La discontinuità non è un pranzo di gala

Attorno all’interruzione del dialogo che il nostro Collettivo aveva iniziato con PD e PSI molto si é scritto in questi giorni. Non ci pare né utile, né tempestivo imbastire un botta e risposta fine a se stesso. Tuttavia una breve analisi, che peraltro sarà limitata a questo scritto, ci pare doverosa.

Il Collettivo Città Visibile, sin dalla sua nascita ed in molteplici forme, ha percorso la strada di un´alternativa culturale e politica nella nostra città che parlasse alla gente e gli restituisse il senso del riattivarsi di un tessuto sociale lacerato da oltre venti anni di malapolitica e mortificazione delle intelligenze.

Questo approccio non é mutato con la caduta dell´amministrazione Mozzillo ed anzi ha assunto, come é ovvio che fosse, una connotazione più marcatamente politica. E nel panorama politico ortese, dove soggetti politici dormienti si ridestano col profumo delle elezioni ed é tutto un fiorire di movimenti e laboratori permanenti e temporanei, eterogenei o proprietà personale, che nascono si dividono e muoiono attorno ad interessi personali e tatticismi, abbiamo sentito l’esigenza di misurarci con la responsabilità di proporre quell’alternativa che stiamo praticando da che esistiamo.

Con questo spirito abbiamo avviato il dialogo con PD e PSI, con cui, pur avendo visioni e vissuti in alcuni casi diametralmente opposti, pensavamo di avere un minimo comune denominatore dal quale partire.

Un approccio, evidente a tutti, che consiglierebbe un utilizzo più appropriato della lingua italiana.

Autoreferenziale é infatti “chi non si cura dei rapporti con altre realtà”. Esattamente il contrario di quanto abbiamo fatto noi. Pazienza se poi con quelle realtà capisci di non poter andare oltre un indirizzo generale.

A noi non interessa individuare chi ha la responsabilità della fine del dialogo. Rivendichiamo ognuna delle “proposte” che abbiamo portato a quel tavolo. Siamo fermamente convinti che non debbano esserci, nella squadra da presentare agli elettori, persone che hanno fatto parte delle ultime amministrazioni.

Siamo altrettanto convinti che il dialogo con PD e PSI avrebbe mantenuto un carattere progressivo fin quando si fosse rimasti in un perimetro politico riconoscibile, individuabile, di sinistra, senza cedimenti a ricerche di pacchetti di voti in laboratori e movimenti che sembrano porti di mare. Non abbiamo il “lider maximo”, il salvatore della patria da innalzare sul piedistallo. Ma abbiamo avuto e manteniamo la presunzione di proporre una figura che avrebbe nobilitato il tentativo che cercavamo di mettere in campo e che rispondeva a tutti i requisiti individuati per un ruolo delicato come quello del candidato sindaco.

Una figura che avremmo messo a disposizione di tutti, con il suo bagaglio di conoscenze, di esperienze, di lotte, e rispetto alla quale PD e PSI non hanno nemmeno provato a fornire un´alternativa, dovendo, probabilmente, tener conto degli umori di qualcun altro. Una proposta ferma, nessun diktat.

Andiamo avanti convinti che occorra, in questa fase storica, una impostazione radicale, che segni una profonda cesura col passato, nelle pratiche, nei volti, nelle proposte.

Da questa consapevolezza riprendiamo a camminare domandando.

Umanità. Ripartire dai volti per riconoscersi

Nell’epoca della omologazione, della spersonalizzazione, della perdita di identità, riconoscersi è un altro passo per ritornare normali. Riconoscere la dimensione del lavoro, riconoscere il tempo per viverlo, riconoscere gli odori, i sapori per vivere la terrà nella sua materialità.

I volti. Cosa meglio dei volti può rappresentare il riconoscersi, l’identità.

Da questo ripartiamo, dai volti, dalle persone in carne ed ossa, da quegli uomini e quelle donne che sudano il salario, che sono state ingannate e che trovano ancora la forza di indignarsi. Da quegli uomini e quelle donne che nella pratica di vita dimostrano quotidianamente che si può fare. Ripartiamo da quegli uomini e quelle donne che migrano ed arrivano qui da noi per trovare la felicità, perchè non si può fermare chi la cerca e non ce l’ha.

Ripartiamo da quegli uomini e quelle donne che si guardano ancora negli occhi e insieme guardano laggiù, ad indovinare un’altra Città Possibile, la Città Visibile.

Sono loro, ancora oggi, la nostra futura umanità.

Cambiare tutto per tornare normali #rovesciamoiltavolo

Abbiamo cercato nelle ultime settimane di trovare, nel dibattito politico apertosi ad Orta di Atella in vista delle Amministrative 2018, uno spiraglio, un punto di rottura e di cambiamento rispetto agli schemi e all’approccio ai problemi che aveva caratterizzato la politica dell’ultimo ventennio.
Siamo rimasti per lo più a guardare, sperando nell’improvvisa evoluzione verso un approccio che mettesse la città e i cittadini al centro della discussione politica ed invece abbiamo assistito ad una riedizione stantia di vecchie logiche, di vecchi modi di fare: un vero e proprio mercato delle vacche incarnato da residui di vecchia politica, di vecchia nomenclatura ansiosi di candidarsi a sindaco.

Così ci siamo ritrovati noi stessi costretti, nel deserto della rappresentanza, a dover intercettare le istanze di un paese che anela un cambiamento non di facciata, non una rotazione di persone che porti al governo “volti nuovi” che rappresentano però i vecchi interessi di sempre, ma una vera e propria rivoluzione che mettesse in discussione tutto l’assetto politico e culturale di Orta di Atella per come lo abbiamo conosciuto.

La nostra Città, ormai da decenni, viene usata dalla classe politica per perseguire i propri interessi a discapito di quelli di un’intera comunità. Il risultato, che è davanti agli occhi di tutti, è un paese ridotto in macerie, disintegrato nel suo tessuto sociale e culturale.
Occorre ribadirlo: la necessità primaria di Orta di Atella è quella di ritornare ad essere un paese NORMALE.
Ritornare normali è la condizione minima per poter riattivare quelle potenzialità, che pure sono sopravvissute, e che sono indispensabili per uscire dalla palude. Si ritorna normali solo con il contributo di tutti: col contributo innanzitutto della politica, che deve riscoprire la sua vocazione, quella di servire il popolo. Che è tutt’altra cosa dal servirsene.
Si ritorna normali se si ha il coraggio di mettere al centro del proprio operato una rivoluzione sistemica, se si ha il coraggio di dire che nulla di ciò che è stato prodotto dal vecchio ceto politico può essere utile per tirare fuori la nostra città dalle sabbie mobili. Se si ha il coraggio di dire che quella tavola imbandita alla quale è ingrassata una intera classe dirigente va rovesciata.
Riteniamo che l’idea di cambiare tutto per ritornare normali sia il concetto intorno al quale è possibile lanciare un appello a quelle forze politiche che vogliono essere partecipi, finalmente, di un vero processo rivoluzionario.
Per questo il Collettivo Politico – Culturale “Città Visibile” ha ritenuto opportuno capovolgere anche la modalità dei rapporti tra le forze politiche, il dialogo non si rifiuta, sia ovvio, ma non più un dibattito privato tra pochi soggetti che decidono le sorti di un’intera comunità, bensì assemblee pubbliche aperte al popolo e a tutte le forze politiche e sociali; assemblee attraverso le quali tessere le affinità con altri soggetti e arrivare alla definizione di una piattaforma politica chiara e inequivocabile.
Una piattaforma che noi riteniamo debba avere dei cardini imprescindibili:

  • La ristrutturazione della macchina comunale: è inderogabile l’esigenza di una vera e propria operazione verità su larga parte di quell’apparato burocratico che ha condiviso le scelte scellerate che hanno portato alla devastazione del nostro territorio o che, nella migliore delle ipotesi, si è voltato dall’altra parte.
  • Trasformazione radicale del sistema dei servizi attraverso un nuovo processo di municipalizzazione: la messa a punto di una macchina comunale efficiente è propedeutica proprio per questo, Tributi, Acqua e Raccolta Rifiuti devono essere gestite direttamente dal Comune. Si deve far tramontare ogni ipotesi di ri-esternalizzazione della riscossione tributi, bisogna avere una gestione veramente pubblica dell’Acqua e stracciare il Contratto-Pacco che ci hanno rifilato con la CITE
  • Ridefinire un nuovo modello urbanistico: La soluzione ai problemi urbanistici di Orta di Atella non è affatto semplice ma va affrontata con uno studio approfondito svolto da persone competenti e oneste, che non hanno interessi particolari da anteporre al bene della comunità. La politica urbanistica adottata in passato ha lasciato migliaia di famiglie senza casa o con una casa ma in una situazione di indefinitezza e dunque di estrema difficoltà; un’intera città è sorta dal deserto senza servizi e senza un piano di viabilità. A questo quadro fa da complemento la questione del decoro urbano: fogne inadeuate in molti punti della città, tubazioni inesistenti, illuminazione stradale in molte zone assente o inefficiente, strade dissestate, marciapiedi inesistenti o impercorribili, nessuna pista ciclabile, barriere architettoniche e abusivismo diffuso ci consegnano la fotografia di una città invivibile. Senza dimenticare un centro storico che cade a pezzi e che in nessuna delle passate amministrazioni è rientrato in un progetto di sviluppo e rilancio della città e della sua storia antica di 2 mila anni.
  • Educazione al bene comune. Oltre alle tematiche connesse ai servizi, occorre una mappatura degli immobili e degli spazi comunali inutilizzati o in stato di degrado. Per avviare una prima fase conoscitiva di un lavoro più ampio di analisi del territorio cittadino, che abbia la finalità di rigenerare e ricucire il tessuto urbano della città esistente mettendo a disposizione luoghi.

Questi sono i nodi principali, non gli unici, su cui siamo disposti a metterci in gioco e in discussione con chiunque, un programma minimo chiaro che non lasci adito a interpretazioni e con a guida una figura di garanzia, estranea alle vecchie logiche e soprattutto senza nessun tipo di interesse personale da salvaguardare.

Riconversione. Il passato che ritorna

Riconvertire Terra dei Fuochi con la Canapa.
Oggi sembra una possibilità all’ordine del giorno eppure fino a poco tempo fa chi osava esprimere questo concetto veniva additato come pazzo o visionario.
Nell’Agro Atellano credo che uno dei primi che ha avuto apertamente la lucidità di esprimere un concetto in controtendenza circa la possibilità di curare le nostre terre martoriate con la Canapa sia stato il Maestro Salvatore di Vilio.
Poi ci sono stati i miei attuali compagni di viaggio in Città Visibile, Salvatore, Enzo e Orlando su tutti a cercare di contrapporre alla logica della “Costruzione” che imperava ad Orta di Atella, quella della “Riconversione”.
Eppure quella della canapa non è un’idea nuova, lo scrittore Carlo Gubitosa nell’inchiesta a fumetto del 2013 “Ilva – Comizi d’Acciaio” lanciava una proposta provocatoria per risolvere il problema della città pugliese: “Fare di Taranto una nuova Amsterdam, coltivare canapa al posto dell’industria per rilanciare il turismo”.
Oggi in un paese come il nostro che non ha niente più da perdere quella della riconversione poteva rappresentare una scelta politica di alto valore, riconvertire i terreni dell’ex-Eurocompost per esempio avrebbe restituito un po’ di credibilità ad una classe politica che negli ultimi anni è stata solo affaccendata nel fare affari.
Ma l’alto valore politico non lo puoi praticare se non lo hai e giustamente i nostri amministratori in quello sversatoio destinato a discarica più o meno abusiva altro non hanno visto che la possibilità di nuovi appartamenti.
E questa non è la storia di 20 anni fa ma storia recente.
Per questo noi crediamo alla riconversione delle terre ma non a quella dei politici, perché un amministratore che ha avallato di tutto negli ultimi due decenni, per quanto fulminato sulla via di Damasco non può mettersi a disposizione per un progetto di “Cambiamento” perché porta con se un concetto di fare amministrazione, sbagliato, malato, lo stesso concetto che ha affossato il nostro paese.

Figli di uno sport minore?

Pallamano. Uno Sport semi sconosciuto nel resto dell’Hinterland diventa e rappresenta ad Orta di Atella lo Sport del Popolo. Stagioni esaltanti, quelle degli anni ’80 e ’90 e una ribalta Nazionale che fece sognare molta Gioventù Ortese, poi il dimenticatoio e la dimenticanza fino al ritorno dell’ultimo decennio, gli atleti di ieri si fanno dirigenti, si prendono sulle spalle un movimento che non meritava di morire e lo riportano la dove si era fermato anni prima, ai successi e alla ribalta Nazionale.
Uno Sport bistrattato che non è mai riuscito a diventare anche nelle scelte politiche, punta di diamante di un Territorio, considerato ingiustamente come Sport Minore. Niente a che vedere con l’amato, coccolato e finanziato Calcio sul quale molta politica ha costruito anche consenso elettorale ma che quasi mai ha lasciato ricordi di vittorie e successi e quasi sempre gestioni opache e opere di sperpero pubblico, come lo Stadio Comunale che resta, immutato, vandalizzato e saccheggiato a futura memoria di ciò che è stata la classe politica dell’ultimo ventennio.
Un Campionato di B Mascile e la cantera delle Under 12, 14 , 16 e 18 per l’USCA il tempo sembra non essere mai passato, dalle partite all’aperto della De Gemmis al chiuso del PalaLettieri la Pallamano resta uno dei pochi punti di riferimento per Orta di Atella.
Ma oggi come ieri la partita più importante si gioca con le infrastrutture carenti e a volte fatiscenti.
C’è da affrontare immediatamente la questione della gestione delle strutture pubbliche, come il Parco Giochi e il Palasport, l’amministrazione deve decidere da che parte giocare questa partita e dare finalmente slancio a un movimento che per troppo tempo ha dovuto sbracciarsi per farsi spazio.
Una partita che si gioca sopratutto dalla parte di una gestione pulita e trasparente, nella quale speriamo l’Amministrazione segni nella porta giusta.