Terra dei Fuochi e non solo

«Cercate l’Antica Madre dove la stirpe di Enea,i figli dei suoi figli e più tardi i loro nipoti,domineranno uno spazio immenso di terra e di mare»

Virgilio, Eneide

“Cercate l’antica madre” è il racconto personale e umano degli uomini e delle donne della Terra dei Fuochi che combattono ogni giorno per amore della propria famiglia e della propria terra. Solo tra le province di Napoli e Caserta, secondo Antonio Giordano, direttore dell’Institute for Cancer Research di Philadephia siamo di fronte ad un vero e proprio biocidio, una tragedia ambientale senza precedenti che ha portato gravissime ripercussioni sulla salute dei cittadini, e che molti scienziati hanno definito come il più grande laboratorio di cancerogenesi a cielo aperto mai esistito. Ma oltre alla Terra dei Fuochi che tutti noi purtroppo conosciamo perché ci viviamo o perché balzata alle cronache per via dei roghi appiccati ogni giorno, degli sversamenti illeciti di rifiuti tossici e per l’alto tasso di mortalità tumorale, ci sono decine di “Terre dei Fuochi” sparse per l’Italia, da Nord a Sud, che fanno meno rumore ma che sono altrettanto gravi.

In ogni regione o territorio avvelenato dall’inquinamento, dai reati ambientali e dagli sversamenti illeciti gestiti dalle ecomafie, esistono persone che lottano e resistono contro la devastazione ambientale, le cui storie si intrecciano con il coraggio e l’orgoglio di chi ha alzato la testa ed ha denunciato un sistema marcio e corrotto fatto di commistioni tra criminalità organizzata, politica corrotta e imprenditoria senza scrupoli. Ancora una volta, per gli interessi di pochi, sotto i colpi della speculazione, ci sono andati di mezzo i molti.

Lo sversamento di rifiuti tossici in Lombardia, la gestione criminosa delle estrazioni petrolifere in Basilicata, il ”triangolo della morte” dei petrolchimici in Sicilia, le morti premature dei bambini di Taranto, le discariche nel Lazio trasformate in bombe ecologiche, l’impatto ambientale negativo delle grandi opere inutili, gli incendi che ogni estate devastano i nostri parchi, fiumi e mari inquinati da liquami di ogni tipo e tanti altri casi come questi ci descrivono una situazione endemica, che non risparmia nessuna regione, in cui gli oltraggi contro l’uomo e la natura vengono perpetrati da chi detiene il potere attraverso un disegno criminale volto alla mera speculazione affaristica a costo di schiacciare la dignità umana. Un problema questo che va individuato non solo in una classe politica corrotta e disonesta, ma che ci spinge a riflettere su un modello di sviluppo che è diventato incompatibile con la nostra vita e con l’ambiente che ci circonda.

Per quanto tempo ancora la nostra terra, questa “Antica Madre” che ci ha accolti e sfamati, continuerà a reggere il peso di tutto questo? In un Paese sconvolto da cambiamenti climatici e cataclismi naturali, l’unica vera emergenza è l’emergenza ambientale.

GLI AUTORI

Vincenzo Tosti e Miriam Corongiu sono attivisti ambientali. Da sempre impegnati nella tutela e nella salvaguardia dell’ambiente, si sono distinti per gli sforzi profusi attraverso la Rete di Cittadinanza e Comunità, associazione impegnata nello scoprire la verità sulla tragica vicenda della Terra dei Fuochi. Il loro primo lavoro editoriale si fregia delle prefazioni di Amalia De Simone, giornalista del Corriere della Sera nominata Cavaliere della Repubblica dal Presidente Mattarella in persona, e di Marco Armiero, direttore al prestigioso Royal Institute of Technology di Stoccolma.

L’infelicità italiana – I migranti e noi

Partendo dall’autofiction, con l’Infelicità Italiana, Maurizio Braucci mette a nudo il lato più oscuro e razzista degli italiani. Dal quartiere Vasto di Napoli fino al cuore della Calabria, l’autore viviseziona i centri di accoglienza per indagare sui retroscena legati al fenomeno dell’immigrazione e di come le politiche di accoglienza siano talvolta un pretesto per nascondere veri e propri giri d’affari che si consumano sulle spalle e nel disprezzo dei migranti stessi.

Un phamplet composto da 45 pagine di denuncia verso un presente in cui il dualismo giusto/sbagliato viene capovolto: chi specula sul destino della povera gente viene premiato con la costruzione ad-hoc dell’emergenza immigrazione; chi invece si sporca le mani creando modelli di integrazione virtuosi – è il caso della Riace di Mimmo Lucano – viene abbandonato dalle Istituzioni. Inutile girarci intorno: l’intento del Ministro Salvini è quello di creare una spirale di emergenza senza fine, un circolo vizioso che innescando una guerra tra poveri fa leva sui sentimenti degli italiani per restare saldamente al potere.

Crollano miti e luoghi comuni utilizzati dalla propaganda razzista contro i migranti: dei famosi 35 euro al mese che lo Stato paga per “mantenere” un rifugiato solamente 2 euro vanno all’ospite, i restanti vanno al centro di accoglienza. Se non è miserabile quest’Italia che ha bisogno di disgraziati per tirare a campare, allora cos’è? Quello di Braucci è un libro coraggioso, rivolto a tutti quelli che parlano di immigrazione con superficialità e per sentito dire. E se la smettessimo di prendercela con chi sta peggio di noi e cominciassimo a lottare per i nostri diritti? Forse allora le cose migliorerebbero per tutti.

L’autore

Maurizio Braucci è uno degli autori più importanti nel panorama cinematografico italiano contemporaneo. Scrittore e giornalista, i suoi racconti sono editi da Mondadori, Einaudi, Minimum Fax e i suoi articoli pubblicati per Il Mattino e la Repubblica. Da sempre attivo nel sociale con iniziative rivolte ai giovani come il progetto pedagogico-teatrale “Arrevuoto” per il Teatro Stabile, i suoi soggetti prediligono luoghi difficili e periferici, dove la marginalità sociale esplode con violenza e drammaticità. Da sceneggiatore ha lavorato ad importanti produzioni cinematografiche come Gomorra e Reality di Matteo Garrone, L’intervallo e L’intrusa di Leonardo Di Costanzo, Anime nere di Francesco Munzi, Pasolini di Abel Ferrara, e che gli sono valse numerosi premi e riconoscimenti tra cui due David di Donatello, due Ciak d’oro, un Nastro d’argento e l’European film awards. Il suo ultimo lavoro lo vede impegnato nella sceneggiatura de La paranza dei bambini, attualmente nelle sale e candidato all’Orso d’oro al Festival di Berlino.

Il Sessantotto Visionario di Renzo Paris

IL MONDO CHE CAMBIA

Molto è stato scritto sul Sessantotto eppure dopo 50 anni c’è ancora tanto da dire.

Lo spirito rivoluzionario di quel periodo si manifestò già qualche anno prima negli Stati Uniti, a partire dalle battaglie per i diritti civili degli afro-americani e dal movimento pacifista contro la guerra in Vietnam, fino al Maggio Francese che aprì le porte al nostro Sessantotto. In quegli anni avvenne una vera e propria rivoluzione culturale che cambiò ogni aspetto della vita sociale: l’esigenza di costruire una nuova soggettività portò al ripensamento dei concetti classici di lavoro, famiglia, scuola e sesso. La contestazione non voleva prendere il potere bensì abbatterlo secondo un ideale di liberazione totale. E se è vero che quegli anni furono ricordati come fenomeno di costume (i capelloni, i jeans, le minigonne, l’eskimo, l’alcool e il fumo) è soprattutto grazie alle nuove suggestioni nate in quell’epoca che ci fu un’esplosione straordinaria di linguaggi, forme, culture, pratiche e immaginari fino ad allora inesplorati.

I passi della contestazione danzavano al ritmo psichedelico di Jimi Hendrix e Janis Joplin, di Beatles e Rolling Stones, di Led Zeppelin e The Doors, mentre cantautori come De André, Guccini, Joan Baez e Bob Dylan conciliavano poesia e impegno civile. Al cinema la fantascienza diveniva realtà con 2001: Odissea nello spazio mentre Il Laureato consacrò Dustin Hoffman al successo hollywoodiano; nel frattempo i registi italiani come Bertolucci e Bellocchio avevano saputo rappresentare meglio di tutti il vento del cambiamento. Protagoniste di quell’epoca furono le storie nate dalle penne di Fenoglio, Bassani, Silone, Sciascia, Buzzati, Morante. I giovani di quella stagione avevano sviluppato le proprie idee leggendo i saggi di Debord, Sartre, De Beauvoir, Althusser, Bourdieu, Marcuse, Deleuze e coltivavano il mito dei grandi rivoluzionari come Che Guevara, Mao Tse-Tung e Ho Chi Minh. Il Sessantotto ha rappresentato dunque un momento storico di importante rottura con il passato, senza il quale non saremmo diventati ciò che siamo oggi.

IL LIBRO

Sessantotto Visionario è un memoir, una lettura dal di dentro che ripercorre passo dopo passo le lotte del Movimento studentesco con genuinità e spensieratezza e che ha come sfondo un periodo storico ricco di memorie del nostro passato. Protagonista il giovane Paris che avanza verso la laurea mentre studenti, donne e lavoratori scendono in piazza. Ribellarsi ad una società ingiusta caratterizzata da grandi disparità socio-economiche fu la parola d’ordine dei giovani di quell’epoca il cui scopo era quello di trasformare la società secondo i principi di uguaglianza, libertà e partecipazione. Giovani inclini alla visionarietà, pieni di fiducia e di speranza, irrompono sulla scena diventando i protagonisti indiscussi del cambiamento.

Attraverso questo racconto Paris mette in luce una ricostruzione ricca di suggestioni e immagini, una parentesi gioiosa che se da un lato aprì la strada alle lotte del Movimento operaio, dall’altro subì la torsione autoritaria dello Stato. Di lì a poco la società dei consumi profetizzata da Pasolini avrebbe indebolito il pensiero critico, smobilitato la contestazione e spoliticizzato i giovani per fare posto al culto dell’immagine, fino a dominare ogni aspetto della vita quotidiana. Il Sessantotto non sembra dunque un periodo storico finito ma una parentesi aperta, un’esigenza di cambiamento viva, una domanda a cui non è stata data ancora una risposta.

L’AUTORE
Romanziere, poeta, critico, saggista già docente di Letteratura Francese presso l’Università di Salerno e l’Università della Tuscia Renzo Paris è un intellettuale a 360° oltre che uno dei più importanti scrittori contemporanei. Padre indiscusso dell’autofiction è stato autore di opere tradotte in tutta Europa – intramontabile il suo bestseller Cani sciolti – e di importanti studi su Moravia, Silone e Pasolini. Da saggista e traduttore si è impegnato a diffondere in Italia le opere di G. Flaubert, G. Apollinaire, J. Prévert e i suoi lavori editi da Garzanti, Bompiani, Giunti, Feltrinelli, Mondadori. Ha collaborato con riviste e testate nazionali tra cui il Corriere della Sera, la Repubblica, il Manifesto, L’Espresso

* Evento fb: https://goo.gl/Uo4R4p

L’eco della tela

Grande successo per l’esposizione L’eco della tela andata in mostra dal 3 all’11 giugno presso i giardini del suggestivo chiostro settecentesco del Convento di San Donato, vero e proprio gioiello artistico nel cuore di Orta di Atella.
La mostra, organizzata dall’associazione Presepe e dintorni, ha reso protagonista l’arte nelle sue espressioni pittoriche: i visitatori hanno potuto ammirare oltre cinquanta opere appartenenti ai più importanti artisti attivi sul territorio atellano tra i giardini e le meravigliose volte affrescate del convento.
Un modo per riavvicinare l’arte ad un territorio che ha perso la sua bellezza originaria a causa della speculazione e del cemento che hanno invaso il nostro vivere quotidiano, negandoci ogni contatto con la realtà sensibile: agli organizzatori della mostra va infatti riconosciuto il grande impegno impiegato nella valorizzazione del grande patrimonio artistico e culturale atellano nonché il merito di aver saldato il linguaggio universale dell’arte a forme, colori, espressioni e suggestioni pittoriche trasformando Orta di Atella in un piccolo museo a cielo aperto.
Un’occasione inoltre per ringraziare Milena e Martina, curatrici della mostra, convinte come noi che il riscatto di Orta di Atella debba passare necessariamente attraverso la riscoperta della bellezza e la sua valorizzazione

L’Arte e il Culto

L’artista di fama internazionale Lello Esposito arriva con le sue opere al Palazzo Ducale di Sant’Arpino in occasione della rassegna culturale Pulcinellamente, ideata e organizzata dall’unione dei Comuni Atellani.
La mostra intitolata ‘‘Da Maccus a Pulcinella. La metamorfosi di una maschera’’ vuole rappresentare, attraverso le opere pittoriche e scultoree dell’artista partenopeo che vive tra Napoli e New York, un ritorno alle origini e alla tradizione attraverso lo strumento dell’arte contemporanea e riscoprire quel filo rosso che collega la tradizione delle Maschere Atellane alla popolare figura di Pulcinella.
Ma folklore e tradizione non sono che la punta dell’iceberg di un’arte che, nella ricerca del culto, mescola forme e colori di una rappresentazione simbolica: la maschera è la dimensione ancestrale dell’uomo che fatica a nascondere una natura fatta di malinconica rassegnazione di fronte all’ineluttabilità dello scorrere della vita.
Sullo sfondo una Napoli simbolica che vive una metamorfosi immobile, una città kafkiana, sempre uguale eppure diversa, che segna il destino delle genti che si nascondono nel suo ventre: passato e presente si incontrano e si scontrano nella rappresentazione artistica dell’uomo contemporaneo, uno scontro titanico senza vinti né vincitori di cui l’artista porta il peso e si fa portavoce.
La forza viscerale del Vesuvio sta per esplodere in tutta la sua passione mentre Pulcinella è l’anarchico tra gli anarchici, ultimo eroe romantico del suo popolo, libero da ogni schema razionale, risponde alle pulsioni più profonde ed emerge come una lava rossa che da secoli giace nelle viscere della terra e dell’animo umano. Il Pulcinella di Esposito è il Sisifo contemporaneo che sapendo di dover morire, trova la sua liberazione nella sopportazione della vita.
Celebri le parole di Massimo Troisi a riguardo: «Non ho mai visto la mia anima, eppure entrando nello studio di Lello Esposito ne ho sentito l’odore».

2Sì al lavoro!

La Consulta ha dato il via libera a due dei tre quesiti referendari promossi dalla CGIL in materia di lavoro: non passa il quesito sull’art. 18 mentre passano i quesiti su voucher e responsabilità dell’impresa. Il popolo sarà chiamato ad esprimersi alle urne entro la prossima primavera: la data precisa sarà indicata dal Governo salvo elezioni anticipate, in tal caso se ne riparlerà nel 2018. A differenza del Referendum Costituzionale che si è svolto lo scorso 4 dicembre, il Referendum sul Lavoro è di tipo abrogativo – bisogna votare Sì – e prevede il quorum del 50% +1 degli aventi diritto al voto perché sia valido.
LA TRUFFA DEL JOBS-ACT
Il jobs-act è un pacchetto di norme sul lavoro approvate dal Governo Renzi che consiste nell’introduzione del contratto a ”tutele crescenti”, nella cancellazione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, nella riforma degli ammortizzatori sociali e nell’estensione dell’uso dei voucher. Si tratta di norme che non hanno avuto alcun effetto positivo sul mondo del lavoro se non quello di facilitare i licenziamenti, smantellare i diritti dei lavoratori e aumentare la precarietà. Davanti ai nostri occhi abbiamo la fotografia di un Paese immobile, spaccato a metà con un Sud sempre più povero, dove le famiglie non arrivano a fine mese e i giovani sono costretti ad andare via per trovare lavoro; a confermarlo i dati ISTAT e CENSIS.
PERCHÉ Sì?
L’unica soluzione per contrastare precarietà e disoccupazione è cancellare il jobs-act votando Sì al Referendum sul Lavoro. Vediamo cosa prevedono nello specifico i due quesiti referendari:

  1. L’abolizione dei voucher utilizzati per la retribuzione del lavoro occasionale di tipo accessorio attraverso il pagamento in buoni (abrogazione art. 48-49-50 del D.Lgs. n.81 del 15/06/2015). Il jobs-act, nel tentativo fallimentare di regolarizzare il lavoro nero, ne ha esteso l’utilizzo a tutti i tipi di lavoro determinando un vero e proprio abuso che ha generato maggiore precarizzazione e deregolamentazione del mercato del lavoro. I più colpiti da questo provvedimento sono stati i giovani che, in mancanza di un lavoro vero, si sono ritrovati più poveri, sotto ricatto e senza diritti.

  2. La reintroduzione della responsabilità dell’azienda appaltatrice, oltre a quella che preleva l’appalto, in caso di violazioni subite dai lavoratori (abrogazione art.29 del D.Lgs. n.276 del 10/11/2003). Di conseguenza, essendo chiamato a rispondere anche il committente dell’appalto, le aziende saranno tenute ad esercitare un controllo più rigoroso in termini di efficienza, trasparenza, legalità e sicurezza sui luoghi di lavoro.
    VOTARE È IMPORTANTE
    Ancora una volta va sottolineata l’importanza del referendum quale strumento di democrazia diretta, volto a ridare voce e potere alle persone, a chi è senza voce, e attraverso il quale i cittadini sono chiamati a decidere con il loro voto senza intermediazioni. La priorità oggi nel nostro Paese è salvaguardare il diritto al lavoro e tutte quelle tutele di cui hanno bisogno i lavoratori per poter vivere con dignità, per portare il pane a casa, per soddisfare i bisogni e le esigenze delle proprie famiglie e soprattutto per poter assicurare ai propri figli un futuro dignitoso. Quella del Referendum sul Lavoro rappresenta infatti una battaglia di civiltà e di buon senso, nel pieno rispetto dell’art. 4 della Costituzione nonché nell’attuazione dell’art. 23 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: il lavoro è diritto, non un privilegio!

Dopo il Referendum: Che Fare?

La vittoria del NO al Referendum Costituzionale offre la grande occasione di rimettere al centro del dibattito pubblico il tema della Costituzione, della democrazia, del lavoro e dei diritti delle persone; temi che per troppo tempo sono stati presi in ostaggio da una classe politica incapace e corrotta, sia a livello nazionale che locale, il cui unico scopo è quello di arricchirsi alle spalle di cittadini e lavoratori. Ma non basta difendere la Costituzione, è arrivato il momento di attuarla: dobbiamo passare all’attacco se vogliamo vincere questa importante partita e dare una svolta per migliorare le nostre vite. È in gioco il nostro futuro.

Ma come si vince? Per farlo bisogna mettere in campo una serie di proposte serie e concrete che trovino solide radici nella Costituzione, che rappresentino non solo un progetto di governo dei territori valido e alternativo, ma che si configurino al tempo stesso come un grande progetto di società che faccia da scudo a miseria e povertà. D’altronde crediamo nella possibilità di poter vivere in maniera dignitosa e ci impegniamo affinché questa possibilità diventi realtà.

Cosa chiediamo? Niente al di fuori quanto non sia già scritto nella Costituzione che, grazie al voto popolare, abbiamo salvato dai piani eversivi di chi detiene le redini del potere. Più nello specifico vogliamo che vengano rispettati:

  1. Il Diritto al Lavoro, così come sancito dall’art. 4 della Costituzione, e la cancellazione del jobs-act che nega tale diritto rendendo i lavoratori schiavi, precari, ricattabili e senza diritti;
  2. Il Diritto al Salario (art. 36) che deve essere sufficiente ad assicurare a chi lavora di arrivare a fine mese e di vivere un’esistenza libera e dignitosa;
  3. Il Diritto alla Salute (art. 32) che deve essere esteso a tutti, contro una politica del ticket discriminatoria e per una Sanità Pubblica efficiente e funzionante;
  4. Il Diritto all’Istruzione pubblica e gratuita (art. 34) perché un popolo ignorante è un popolo senza futuro;
  5. L’Accesso Libero ai Saperi (art. 33) perché solo investendo in cultura e ricerca potremo costruire un nuovo Paese da cui i giovani non siano costretti a scappare;
  6. Il Rispetto dell’Ambiente (art. 9) per tutelare il paesaggio e i territori in cui viviamo da inquinamento, cemento, trivelle, inceneritori ed ecomafie;
  7. Il Rifiuto della Guerra (art. 11) per non spendere soldi inutili in armi e per promuovere la pace, lo sviluppo e la cooperazione tra popoli;
  8. Il Superamento delle Diseguaglianze (art. 3) affinché tutti i cittadini abbiano pari dignità sociale senza distinzioni di sesso, di razza e di religione.
    Vogliamo infine più democrazia nei nostri territori, in Italia e in Europa, a partire dal rispetto della volontà popolare che nel 2011 si è espressa a favore dell’acqua pubblica (ma che è rimasta in mano ai privati) e il rifiuto del Pareggio di Bilancio, introdotto con la modifica dell’art. 81 della Costituzione senza consultare nessuno e che non permette gli investimenti pubblici necessari per rilanciare l’economia nel nostro Paese, specialmente al Sud: solo così potranno essere creati nuovi posti di lavoro e garantiti welfare e diritti per tutti, nessuno escluso.

10 buoni motivi per dire NO!

Il 4 dicembre si avvicina e con esso una tappa fondamentale della democrazia nel nostro Paese: i cittadini italiani verranno infatti chiamati alle urne per esprimersi sul Referendum Costituzionale. Un SI e un NO entro i quali si riassumono due visioni differenti su come debba essere costruita l’architettura costituzionale del Paese.

Trattandosi di materia giuridica complessa sarebbe un grave errore cadere nelle semplificazioni e nella propaganda di chi vorrebbe cambiare di punto in bianco oltre 1/3 della Carta Costituzionale sottovalutando le conseguenze negative che un cambiamento così radicale dei rapporti che intercorrono tra le Istituzioni Repubblicane potrebbe avere non solo sull’assetto istituzionale ma anche sul “sistema Paese” ossia quell’insieme di rapporti sociali, civili ed economici che ne determinano equilibri e stabilità.

Nella fattispecie è fondamentale andare ad analizzare punto per punto le ragioni di chi dice NO alla Riforma, entrando nel merito della questione con criticità oggettiva per sgomberare il campo da ogni dubbio e incertezza ed evitare così quel tifo da stadio e quella banalizzazione che piace tanto ai populismi ma che non fa affatto bene alla democrazia e al confronto civile e democratico.

Ecco 10 buoni motivi per dire NO:

  1. Il bicameralismo non viene superato ma continueranno ad esistere due Camere le quali, con i nuovi regolamenti, entreranno più facilmente in conflitto tra loro a livello delle procedure e degli iter legislativi.
  2. Aumentano procedure ed iter legislativi a carico del Senato così come sancito dal nuovo art. 70 (di difficile interpretazione) che creerà confusione sulle prassi da adottare e nei vari procedimenti da seguire.
  3. Il risparmio ottenuto dai tagli al Senato è minimo e ammonta a soli 50 milioni di euro mentre vengono mantenuti tutti i privilegi accumulati fino ad ora. Inoltre i cittadini vengono privati del diritto di scegliere i propri rappresentanti che verranno nominati dai partiti.
  4. Sarà più difficile indire referendum in quanto per quelli abrogativi le firme passano da 500 a 800 mila mentre per le Leggi di Iniziativa Popolare da 50 mila a 150 mila costituendo così un ostacolo alla democrazia partecipativa.
  5. Anche se non si vota per la legge elettorale (cfr. Italicum) questa è connessa alla Riforma in quanto prevede un premio di maggioranza tanto sproporzionato da non assicurare la giusta rappresentanza democratica alle minoranze.
  6. Viene indebolito il Parlamento per spostare il baricentro delle decisioni nel Governo il quale acquisterà ancora più potere: ciò mette in discussione la tripartizione dei poteri e quell’insieme di pesi e contrappesi che sono il pilastro di ogni democrazia.
  7. La nuova riforma del Titolo V rappresenta un passo indietro in termini di autonomia sia per quanto riguarda le Regioni che gli Enti Locali che perdono gran parte del loro potere decisionale.
  8. La complessità del processo legislativo aumenterà i contenziosi tra Camera e Senato e, con l’abolizione delle materie concorrenti, aumenteranno i ricorsi tra Stato e Regioni paralizzando così amministrazioni locali ed enti territoriali.
  9. La Costituzione può e deve essere migliorata ma non in questo modo. Cambiare ben 47 articoli, senza modifiche che ne migliorino realmente la struttura, mette a rischio tutta l’articolazione costituzionale provocando ingorghi e conflitti istituzionali.                    
  10. I cittadini devono essere liberi di votare indipendentemente da ciò che deciderà di fare il Governo, senza ricatti, compravendite o strumentalizzazioni sulle decisioni che verranno prese in futuro per il bene del Paese.

E’ utile infine dire che il progresso e lo sviluppo di un Paese non sono ostacolati dalle Costituzioni ma è esattamente il contrario. La nostra nasce nel 1948 per chiudere in un cassetto gli anni bui del fascismo e far rinascere così quel senso di civiltà e di rispetto democratico che si era perduto; la Costituzione Italiana ha dunque rappresentato – e rappresenta tuttora – un vero e proprio patto sociale tra i cittadini e le Istituzioni, in cui queste ultime si impegnano a promuovere i principi di uguaglianza, di giustizia e di libertà nella società.

Ci si impegni piuttosto a promuovere questi principi in maniera sostanziale, applicandoli nella realtà, piuttosto che mortificare la Carta Costituzionale e dividere in due il Paese.