Pier Paolo Pasolini il Poeta

Mi manca Pier Paolo Pasolini.

Mi mancano la sua lucidità analitica, le sue invettive anticonvenzionali, il suo sguardo poetico sulla realtà, il suo coraggio da combattente inerme. Mi mancano la gentilezza della sua voce, le sue parole dissacranti, la sua chiarezza intellettuale, la sua intelligenza viva. Mi manca la sua rabbia mai sottomessa ai compromessi di comodo, la sua intransigenza ideologica, il suo modo di proclamarsi Marxista. Mi mancano il suo saper essere “apocalittico” senza mai dare giudizi morali, il suo saper scandalizzare gli ipocriti, scuotere le intelligenze sonnacchiose. Mi manca la disarmante semplicità con cui rivolgeva la sua attenzione verso gli ultimi. Mi manca il suo umanesimo intriso di sano amore per la vita.

Si sa, per definizione, il prodotto artistico non muore mai, rimane eternamente uguale a se stesso. I libri che ha scritto Pasolini si possono trovare tranquillamente nelle librerie, così come i saggi critici a lui dedicati, i film che ha girato sono facilmente reperibili nelle videoteche, la rete poi, consente di riascoltare ogni sua intervista, rivedere ogni sua apparizione televisiva. Insomma, l’arte di Pasolini rimane una cosa presente, alla portata di chiunque, è lì, nei musei del sapere, a fungere da stimolo critico perpetuo. Ma è proprio questa consapevolezza di poter disporre a piacimento di frutti gustosi senza poterne coglierne di nuovi a farmi sentire come un orfano impertinente che, nel mentre nutre il bisogno di rifugiarsi nella sua arte, sa di non potersi fregiare più di una coscienza critica che si rinnova giorno dopo giorno.

Mi ha sempre interessato poco la figura del “martire” sacrificato sull’altare delle contraddizioni italiche, figura sapientemente costruita postuma e attraverso cui si tenta di ripulire tanta di quella coscienza sporca che, imperitura, serpeggia lungo il nostro paese. E neanche mi sono accodato mai a quanti ne hanno voluto fare un santino da esporre alle feste comandate senza, magari, conoscerne adeguatamente la poetica. A me Pasolini manca perché mi ha sempre interessato come cosa concreta e contingente, come una cosa tangibile in cui poter ricercare un punto di vista sullo stato delle cose e verso cui tendere nei momenti di massimo sconforto morale. In questi tempi contemporanei poi, attraversati da innumerevoli crisi senza facce e senza padroni, crisi dispensate a gratis che fanno tante vittime ma non hanno alcun padre riconosciuto. Spesso mi capita di dire “come dice Pasolini” e non, “come diceva Pasolini”, volgendo, cioè, il tempo verbale al presente e non al passato, perché la sua opera è tremendamente attuale e, credo, che pochi uomini di cultura possano vantare un’autorevolezza intellettuale così capace come la sua di resistere bene all’usura del tempo.

Oltre quarant’anni fa, da ateo materialista, Pasolini ha parlato di religione demistificandone la portata “divina” per ricondurla tutta al senso del sacro presente in ogni presenza del mondo; ha parlato di “genocidio culturale della civiltà contadina”, prodotto dall’insistere incipiente della società dei consumi, per mettere in guardia un intero paese che, con quel mondo culturale, oltre a perire quanto di più genuino e semplice v’era nella natura umana, si rischiava di dissipare l’ultima possibilità offerta all’uomo di riconoscere il proprio legame indissolubile con la terra, la lealtà delle sue origini, l’attenzione cosciente verso il passato. Nel bel mezzo di un’Italia inondata dal “miracolo economico”, Pasolini osservava che, le legittimi aspirazioni piccolo borghesi di migliorare la propria condizione sociale, se non sorrette da un’adeguata emancipazione etica della persona, rischiavano di trasformarsi in adesione acritica ad un modello di società di cui si conosceva solo la patina esteriore di un perbenismo ostentato; ha descritto il potere come quella forza “verticistica” che tende a “cannibalizzare” ogni agente estraneo all’idea di ordine sociale che intende imporre. Ha tuonato contro la natura omologatrice della classe borghese la quale, agendo allo scopo di svuotare di forma e contenuto ogni forma di sapere a lei alternativo, tende a generare quel vasto campo ”dell’assolutamente indifferenziato” in cui tutto diventa la diretta promanazione del suo arbitrio, il frutto di una volontà eterodiretta che domina su una massa informe. Più di quarant’anni fa, da “semplice” osservatore della realtà, Pasolini ha definito la deriva consumistica, legata al conformismo culturale imposto dalle classi sociali dominanti, soprattutto, attraverso il mezzo televisivo, come una forma di fascismo ancora più pericolosa di quella già conosciuta durante il “ventennio”. Ha mostrato la naturalezza di corpi nudi, la verità nello scandalo, per mettere a nudo l’ipocrisia reazionaria della morale borghese.

Poco mi consola sapere che, al giorno d’oggi, sono rinvenibili chiari i segni che mostrerebbero l’esattezza di molte sue analisi, e che in esse si possono trovare gli strumenti critici per meglio riflettere sullo stato delle cose. Perché, con l’assenza fisica di Pier Paolo Pasolini, quella che viene essenzialmente a mancare è la presenza di una voce illuminata che sappia ergersi contro la mediocrità imperante e il buio che avanza. A quarant’anni dalla sua tragica morte, e a circa venti da che mi sono avvicinato coscientemente alla sua arte, mi manca un intellettuale tout-court: il romanziere, l’autore di cinema, il giornalista, l’analista politico e di costume, l’eretico consapevole, il marxista anarchico, il pensatore che scuote le coscienze, l’uomo buono, la sponda sicura cui attraccare nei momenti di solitudine.

Mi manca un Poeta.

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La coperta corta

Possiamo scegliere quello che vogliamo seminare, ma siamo obbligati a mietere quello che abbiamo piantato.
— Antico Proverbio Cinese

Per l’amministrazione Mozzillo è arrivato il momento della mietitura: quello che raccoglieranno però non è quello che hanno seminato ma ciò che, ad ogni modo, hanno contribuito a piantare.

Il dubbio: aspettare il decreto di scioglimento del Consiglio Comunale, che sancirebbe la fine politica di molti dell’attuale amministrazione oppure dimettersi a cinque mesi dalle elezioni, dando nei fatti ragione a chi, fin dall’inizio, aveva denunciato la natura “carnevalesca” dell’ultima tornata elettorale? E attorno a questa coperta che si fa sempre più corta assistiamo, in seno alla maggioranza, ad un teatrino imbarazzante di vecchia politica: tutti contro tutti per cercare di uscire quanto più puliti possibile dalla valanga di fango che sta per essere versata su Orta di Atella.

Un vero e proprio ceto politico tra le mura di viale Petrarca che, evidentemente, non considera  la memoria storica di una popolazione che non può più fingere di non sapere da chi è stata amministrata negli ultimi venti anni e che deve riconoscere dietro le nuove facce pulite le ombre dei vecchi portatori di voti: realmente questi signori credono di potersi riciclare come novelle vergini invocando, ancora una volta, la scelta del meno peggio?

Sappiamo benissimo quali sono le responsabilità di chi ha amministrato il nostro paese, ma non si può far passare che il tutto sia opera di un uomo solo al comando: c’è un’intera classe politica, tutta rappresentata con volti vecchi e nuovi, nelle liste del sindaco Mozzillo, che ha pari responsabilità; ci sono persone che pur stando fuori dagli organi di governo hanno dettato tempi e modi, condizionato decisioni ed affari e che, oggi, non si possono spacciare come “il meno peggio”.

Di “meno peggio” il nostro paese è morto ed è triste che questo non sia stato capito nemmeno dagli esponenti del Movimento 5 Stelle che, trascinati in una guerra tribale, si sono disintegrati in bande che rievocano la Prima Repubblica.

Sono partigiano, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo.
— Antonio Gramsci

Non si può restare indifferenti in questa fase storica, per dirla con Antonio Gramsci.. Bisogna essere in grado di scindere i fatti dalle opinioni e tenere a mente il passato per costruire il futuro. Il Collettivo “Città Visibile” ha scelto di stare dalla parte del nostro paese, delle sue esigenze e di quelle dei suoi cittadini. Ha scelto di spiegare e denunciare quello che accade ora che la nave del potere sta affondando e, come dice lo scrittore, i topi ballano e cercano di salvarsi dal naufragio.

Verrà il tempo della proposta, non ci sottrarremo. Siamo nati per questo. Ma oggi occorre chiarezza ed è simbolico che la chiarezza, nel quadro politico di Orta, la si debba attendere dalla Commissione d’Accesso e dall’Organo Straordinario di Liquidazione. E noi l’attendiamo, non per vendetta e nemmeno per ritorsione.

Perché è venuto il momento di riprendere in mano il telaio del futuro e, sebbene si tratterà di una tessitura lenta e complessa, le forze sane e democratiche di Orta di Atella sono chiamate a assumersi la responsabilità del cambiamento. Non ci sono alternative.

Il futuro è qui.

La Memoria Immemore

Sono stato anch’io al teatro cinema Lendi a vedere “La via nova”, il film diretto dai coniugi Michele Cinqugrana e Concetta De Cristofaro che racconta della triste vicende dei cosiddetti “martiri atellani”, 25 persone innocenti che morirono sotto i colpi della ferocia dei nazi-fascisti. La storia è nota un po’ a tutti: l’esercito tedesco di stanza sul territorio atellano, dopo che un gruppo di persone armate alla meglio fecero un’azione di rappresaglia contro un camion militare tedesco, facendo sparire sia l’automezzo con quanto vi era caricato che il suo conducente, risposero con una dura repressione prendendosela indiscriminatamente con chiunque fosse capitato sotto la loro dimostrazione vendicativa. Il dato certo è la morte per mano tedesca di 25 persone innocenti, sono i contorni a rimanere nebulosi, frutto di una trascrizione orale che ha sempre fornito elementi tra loro contraddittori. Non è un caso che il film si chiuda con la testimonianza di alcune delle persone che il clima convulso di quei giorni l’hanno vissuto sulla propria pelle, testimonianze che, appunto tendevano a contraddirsi fra di loro e, quindi, a contraddire alcune scelte di scrittura adottate per il film. Una scelta felice secondo me, che ha ulteriormente dimostrato l’umiltà d’intenti degli autori per i quali (sempre secondo il mio punto di vista, s’intende), “La via nova” è stato costruito intorno ad alcune ipotesi possibili e non intende affatto porsi come verità unica ed oggettiva.

L’impressione che ne ho ricavato è quella di un prodotto di buon artigianato, un film onesto che non ambisce certamente ai festival ma semplicemente a corrispondere alla sana passione di chi l’ha realizzato. Insomma, un film diretto ed interpretato da non “professionisti” del settore ma gestito nel suo insieme composito in maniera professionale.

Ma sono anche altre le impressioni che ho ricavato dalla serata al cinema, frutto diretto di una partecipazione emotiva di cui si poteva avvertire nitida la presenza e da cui si poteva facilmente venire coinvolti (ci sono fondati motivi per ritenere che la stessa cosa sia successa anche nelle serate precedenti, anch’esse esaurite negli oltre 300 posti a sedere). Per tanta e tale partecipazione popolare, ha certamente inciso abbastanza la “località” del prodotto, la presenza indispensabile di amici e parenti dei tanti attori presenti nel film (sono 109), il passaparola capillare e continuo. Ma credo che il motivo principale sia da ricercarsi nel fatto che la storia rappresentata dal film, ognuno dei presenti, se l’è sentita raccontare direttamente dai propri nonni, ed è perciò che, in ognuno, è come sorta l’urgenza di doverci essere ad ogni costo a questa originale forma di aggregazione “paesana”: per vedere come sarebbero state riprodotte al cinema le “diverse” trascrizioni orali sulla storia dei “martiri atellani” che il film si è assunto il compito di voler rinverdire con nuova linfa. Poi ho notato le facce dei presenti, i volti invasi da una curiosità che stava per esaudirsi, ho constatato poi la conoscenza diretta di molti di loro, la “storia cittadina” di diversi altri, insomma, tutte cose che, unite in poco tempo in un unico flusso di coscienza, hanno maturato in me la sensazione di trovarmi in un luogo coinvolgente ed alienante insieme, dentro un’esperienza collettiva dal dolce sapore antico ma fuori dal presente che Orta di Atella ha ricevuto in “dono”.

A corollario di tutto, c’erano inoltre i continui mormorii degli spettatori coinvolti i quali, potenza del cinema, usavano chiosare con un commento deciso ogni passaggio di immagine che ritraeva le forme di un paese che non c’è più (dovuta al lavoro di montaggio di Michele Cinquegrana), immagini impresse nella memoria di chi, per evidenti ragioni anagrafiche, sapeva ricordare con precisione che, laddove ora ci sono strade, palazzi e negozi, una volta c’erano la campagna, filari di vite ed alberi di noci. In quei momenti si poteva udire in maniera nitida “la è abbascio a chies”, chillo è ò luog re Tranchell”, “la jen addò mò ce sta o circule re penzionat”, “la è n’coppe castllone”,“la jen addereto ò.. santon”, frasi nate istintive ed innocenti che io ho avvertito produrre sentimenti diversi tra di loro, dallo stupore al disincanto, dalla nostalgia tenuta a freno all’aperta commozione, come se si fosse tutti coinvolti in una sorta di ipnotismo corale.

Ed è stato in quei momenti, per certi versi belli perché carichi di ingenua meraviglia, che mi è venuto di riflettere sulla coscienza sporca di un intero popolo il quale, nel mentre riannodava i fili con una memoria storica da condividere, per contrasto, si stava rendendo immemore rispetto allo scempio edilizio di cui è stato fatto fatto vittima Orta di Atella soprattutto negli ultimi vent’anni. Uno scempio frutto di una programmazione dello sviluppo del territorio scellerata ed arbitraria: andando molto oltre i fisiologici mutamenti urbanistici indotti dal naturale scorrere del tempo ed offendendo in maniera spudorata l’idea di ricercare la giusta armonia tra la vocazione culturale del territorio e l’insediamento progressivo di attività produttive diversificate. In tutto questo, occorre ricordare, il popolo ortese ha mostrato un indifferenza interessata di fronte ai mutamenti genetici che hanno compromesso nel profondo l’identità del paese, non esprimendo quasi mai la volontà decisa di opporsi a quell’affarismo edilizio che ha regolarizzato la generale preminenza del brutto. E’ ovvio che non si può generalizzare, che non tutti sono colpevoli allo stesso modo e nella stessa misura, che il grado di complicità applicabile ad ognuno determina diversi livelli di responsabilità civile. Ma è ovvio altrettanto che, da un popolo che dimostra di riconoscere ed amare il passato di Orta, le forme di una volta come gli antichi odori, ci si aspetta che abbia a cuore altrettanto la sue sorti presenti e, i possibili, sviluppi futuri.

Il rispetto doveroso per quella memoria storica suscettibile di costruire una forte identità collettiva all’interno di un’organizzazione sociale più o meno grande, non è quello che scaturisce dalle azioni di quanti si limitano a leccarsi le ferite facendo della sterile nostalgia su un paese che non esiste più, ma quello che si costruisce giorno per giorno attraverso la concretezza di comportamenti responsabili. Quelli che impongono di non voltarsi mai dall’altra parte quando la bellezza viene offesa. Solo così si può ambire ad essere dei buoni cittadini abitanti un presente che, inevitabilmente, scorre.

Una città visibile contro l’inferno quotidiano

Orta è ridotta a Città Invisibile. Quell’inferno che quotidianamente abitiamo, e che raccontava Calvino, prende forma nei tratti di un paese immerso in un’ atmosfera surreale, atrofizzato politicamente e culturalmente, nel vortice di disagi che, di volta in volta, lo prendono e lo tormentano. Il doppio dramma dei rifiuti è solo l’ultimo dei “Casi Orta” che oramai, anche a livello nazionale, fanno scuola. Da una parte il dramma di lavoratori, soggiogati dal bisogno, a cui è stato venduto il sogno di un lavoro decente e stabile, ma che si ritrovano senza stipendio spinti sul baratro di un esistenza precaria; dall’altra l’esasperazione di cittadini che tartassati da tasse con cui pagano la spazzatura a peso d’oro, si ritrovano con cadenza mensile a dover convivere con cumuli, puzza e paura per la salute. In questo scenario osceno e degradante, c’è una politica che latita dal mondo reale, occupata a far quadrare solo poltrone e assessorati e a badare esclusivamente alla propria sopravvivenza. E questo è il colpo finale per una Città già oltraggiata da vent’anni di cattiva amministrazione, sfregi ambientali, cementificazione selvaggia e una classe dirigente dedita più al “cliens” che alla “res publica”. Spinti dalla convinzione che a questa invisibilità non ci si debba arrendere nasce il Collettivo Politico Culturale “Città Visibile”, con un preciso intento: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Le recenti vicende elettorali che hanno visto nei fatti la continuità della vecchia classe politica ci hanno convinto che i cartelli elettorali, nati senza il coinvolgimento popolare anche se spinti da una vera e sana voglia di “alternativa”, risultano fallimentari; bisogna scardinare nella quotidianità, dal punto di vista politico e culturale, le radici della malapolitica attraverso una costante presenza sul territorio; diventare alternativa praticabile nel panorama politico ortese, che ha già sperimentato sulla propria pelle la “liquidità” dei partiti politici che mai hanno inciso o hanno dato almeno la parvenza di poter cambiare le cose. È nei solchi di un paese violato e abbandonato che il nostro Collettivo vuole seminare il germe dell’indignazione, per tornare ad essere “Città Visibile”. Questo può avvenire solo se si costruisce una nuova coscienza sociale collettiva, solo se la popolazione si scopre finalmente popolo, vittima di tante angherie. Un popolo che metta insieme gli abitanti dei vecchi vicoli ortesi, ridotti a semplice serbatoio di voti, senza voce ed emarginati da qualsiasi idea di sviluppo della città, con i “nuovi ortesi”, che sono arrivati da paesi limitrofi, attratti dall’idea di una “nuova” Orta rivelatasi alla fine quartiere abbandonato a se stesso senza decenza e servizi. Un popolo che probabilmente molto ha sbagliato nelle scelte dei propri amministratori, abbagliato da falsi miti di prosperità e promesse ma che ha ancora tempo per rialzare la testa e invertire la tendenza. Il Collettivo “Città Visibile” crede che questa nuova coscienza di popolo possa tornare ad esistere come protagonista, per promuovere l’idea di una nuova cittadinanza affinché si possa fermare l’oppressione di una politica autoreferenziale, che alle macerie del passato fa seguire l’inettitudine del presente.

Come cosa bellissima

Ciao Pietro. E grazie per averci insegnato a praticare il dubbio.

«Non sarei sincero se dicessi a voi che sono rimasto persuaso». Con queste parole, Pietro Ingrao, rivendicava il diritto al dissenso al XI Congresso del Partito Comunista Italiano, nel 1966. Ha sempre praticato il dubbio, Pietro, e lo rivendicava come sua principale virtù. Fu comunista atipico, eretico, ma aveva una concezione quasi sacra del Partito, “lo strumento”, e dunque non praticò mai lo scisma.

Aveva la capacità di uscire dalle stanze di Botteghe Oscure e di stare tra le persone, con gli operai e con i giovani, verso cui aveva sempre grande attenzione. Fu icona, tra anni 70 e 80, di quelli, giovani e meno giovani, che individuarono in lui la speranza che il PCI potesse rinnovarsi, e innovarsi. Seppe sempre stabilire, per dirla con Gramsci, una “connessione sentimentale” con il suo popolo. Fu partigiano, direttore de L’Unità, deputato, Presidente della Camera. Amava il cinema e la poesia, che pure praticò nel tempo lasciatogli dalla politica.

Voleva la luna, Pietro Ingrao. Era un’inclinazione, un anelito. Nei tempi magri che viviamo è questa la sua lezione: pensare alla politica come ad una inclinazione, un anelito di trasformazione e non a gestione, amministrazione di ciò che esiste. Aveva molti rimpianti, Pietro. Primo fra tutti l’aver firmato l’editoriale de L’Unità nel quale, in quell’indimenticabile 1956, scriveva “Da una parte della barricata. A difesa del socialismo” in difesa dell’invasione sovietica dell’Ungheria. Non se la sarebbe mai perdonata. O ripensando all’espulsione dei compagni del Manifesto, del quale era considerato una sorta di padre putativo. Con loro mantenne poi un rapporto molto fecondo, con i vari Lucio Magri, Rossana Rossanda, Luciana Castellina, Luigi Pintor, che continuarono a vederlo come un riferimento, politico ed intellettuale.

Aveva, negli ultimi anni della sua vita centenaria, l’assillo dei giovani. Continuamente li ha invitati a non chiudersi nel disinteresse, ad interessarsi, a partecipare, perché in fondo lui ha sempre pensato che la politica fosse una cosa bellissima e non qualcosa da cui tenersi alla larga. Il suo era un invito e al tempo stesso una speranza: «Il mondo è cambiato, ma il tempo delle rivolte non è sopito: rinasce ogni giorno sotto nuove forme. Decidi tu quanto lasciarti interrogare dalle rivolte e dalle passioni del mio tempo, quanto vorrai accantonare, quanto portare con te nel futuro».

Noi, che cerchiamo quotidianamente uno spiraglio, le forme possibili per incidere e trasformare l’esistente, ti portiamo con noi, caro Pietro, nella testa e nel cuore.

Ti teniamo in serbo come cosa bellissima.