La Peste ad Orta di Atella

Pubblichiamo un estratto de La Peste in cui si parla di Orta di Atella. Il libro, scritto nel 2010 per Rizzoli da Tommaso Sodano, ex presidente della Commissione Territorio, Ambiente e Beni Ambientali del Senato, con il giornalista Nello Trocchia, sarà il pretesto per parlare di rifiuti, politica e camorra domani, venerdì 11 dicembre alle 18.30, con l’autore Tommaso Sodano, Stefano Tonziello, Giovanni Salomone e Mario De Michele.

Gli Orsi prima si iscrivono ad Alleanza Nazionale, poi a Forza Italia, infine passano nei Democratici di Sinistra nel 2005, sezione di Orta di Atella. Il ras in quel comune è Angelo Brancaccio. Viene arrestato nel maggio 2007 per la gestione del Comune che aveva guidato per due consiliature (1996-2006); gli contestano, tra gli altri, il reato di corruzione e nel luglio 2009 arriva anche il rinvio a giudizio.

Nel 2001 fu il sindaco più votato d’Italia con il 92 per cento di voti. Nel 2005 fa il salto e diventa consigliere regionale per i Ds, lasciando lo scettro del Comune a un suo fidato sodale, prima che l’ente cada sotto la scure dello scioglimento per infiltrazioni mafiose nel luglio 2008.

Nel decreto di scioglimento vengono censurate le mirabolanti performance di una società di rifiuti e il ruolo di ras esercitato proprio dal Brancaccio: «La Commissione di accesso evidenzia al riguardo che il suddetto amministratore, che ha avuto un ruolo di primo piano nella costituzione di una società multiservizi a capitale misto pubblico-privato, nei confronti della quale sono state evidenziate numerose irregolarità o collegamenti con ambienti controindicati, continua ad avere un’influenza rilevante nella gestione politica dell’ente».

Brancaccio, solo dopo l’arresto, viene scaricato dai Ds, e passa nell’Udeur di Mastella; da consigliere regionale uscente ha deciso di non ricandidarsi. È tornato a casa. Ma non per curarsi della famiglia: fa nuovamente il sindaco a Orta di Atella, eletto nel marzo 2010. E siccome un solo incarico non bastava, è anche consigliere provinciale per l’Udeur e sostiene con i voti e la campagna elettorale il nuovo corso del presidente Domenico Zinzi. Anche Brancaccio appoggia la coalizione che si ispira al rinnovamento e alla nuova Campania.

Alla fine, però, cambia idea. E almeno in consiglio provinciale decide di passare all’opposizione per l’assenza di assessori dell’Udeur nella nuova giunta, targata centrodestra. […]

Pretesti per parlarne: rifiuti, politica, camorra

Si terrà venerdì 11 Dicembre alle ore 18:30 presso il Caffè Mozzillo in P.zza Virgilio a Casapozzano, borgo di Orta di Atella, l’incontro/dibattito Rifiuti, Politica, Camorra, promosso dal Collettivo Politico-Culturale Città Visibile all’interno della Rassegna Pretesti per parlarne.

Il primo pretesto sarà il libro La Peste scritto da Tommaso Sodano con il giornalista de Il Fatto Quotidiano Nello Trocchia, libro che ha dato un contributo enorme nel dibattito attorno al Sistema Rifiuti in Campania che, edito da Rizzoli nel 2010, a 5 anni dall’uscita risulta ancora attualissimo.

La questione dei rifiuti è il secondo terremoto che ha sconvolto la Campania. Di più, è una peste che da camorristi e faccendieri si è estesa a carabinieri, poliziotti, amministratori, politici, industriali. Se la peste ha coinvolto Stato e antistato, maggioranza e opposizione, guardie e ladri, il motivo è che ognuno ha avuto un pezzo di torta da spartire. Dal 2002, con una denuncia sugli appalti dell’inceneritore di Acerra, Tommaso Sodano combatte in prima linea un cancro che si è esteso anche alla politica nazionale. In questo libro, con l’aiuto del giornalista Nello Trocchia, fa luce su fatti e protagonisti: una mafia che si fa imprenditrice, industrie che prima scaricano rifiuti tossici e poi ottengono l’appalto della bonifica, una politica corrotta e onnipotente.

Saranno presenti all’incontro l’autore, Tommaso Sodano, il referente del tavolo tecnico/scientifico dei Comitati che in Terra dei Fuochi lottano contro il Biocidio, nonché esperto del sistema di gestione dei rifiuti Stefano Tonziello e Giovanni Salomone del Collettivo Città Visibile con la moderazione del Direttore di CampaniaNotizie.com Mario de Michele.

Una scelta non causale quella degli organizzatori nel partire da La Peste per andare a scandagliare le relazioni che tengono in piedi questo circuito infernale in un territorio come quello di Orta di Atella che ha legato, suo malgrado, le sue vicende politiche e amministrative a quello del malaffare della gestione della monnezza, una situazione quella ortese d’altronde ampiamente trattata dagli autori nel libro a cui la magistratura sta ancora lavorando per fare chiarezza.

Reddito Minimo di Cittadinanza in Campania

Dopo 20 anni il dibattito sul “Salario Garantito” è ancora attuale?

Pensiamo che non ci sia periodo storico più adatto per quello che non è altro che il cardine di ogni diritto sociale, il diritto a vivere una vita dignitosa!

Se la precarietà con le riforme del mercato del lavoro, che hanno scardinato negli ultimi 10 anni quel minimo di tutela ereditata dagli anni ‘70, diventa strutturale e la disoccupazione, oltre che ad essere un drammatico fenomeno giovanile, si “democraticizza” e diventa tormento per padri e madri di famiglia che possono subirla anche in tarda età, se tale scardinamento dei diritti dei lavoratori esiste, quanto mai diventa attuale la battaglia per il Reddito Minimo di Cittadinanza che rappresenta a questo punto l’unico ammortizzatore sociale valido alla liberalizzazione selvaggia del mercato del lavoro.

Quella sul Reddito Garantito diventa in questa ottica una battaglia di civiltà, il minimo sindacale che la politica potrebbe concedere ad una fascia di popolazione a cui è stato dato il colpo finale col Job Act, che col pretesto di allargare i diritti alle nuove forme di lavoro ha di fatto rappresentato il colpo di spugna definitivo alle tutele sindacali.

Per questo il nostro Collettivo aderisce convintamente alla Proposta di Legge per l’Istituzione in Campania del Reddito Minimo Garantito.

L’iniziativa che abbiamo abbracciato prevede una mensilità da € 583,00 per i cittadini che siano maggiorenni, abbiano residenza nella regione da almeno 12 mesi e un reddito personale imponibile inferiore ai € 7.500,00.

Una misura di libertà e dignità che non si può strumentalizzare con le accuse di assistenzialismo perchè è rivolto ad una fascia di popolazione che non solo è precaria ma che probabilmente non riuscirà mai a vedere nella propria vita qualsiasi reddito da pensione.

Il sito ufficiale dell’iniziativa è questo, mentre la proposta completa la potete trovare qui.

Il nostro Collettivo Domenica 06 Dicembre dalle ore 09:30 sarà presente con un Gazebo informativo in Piazza Virgilio a Casapozzano dove sarà possibile aderire e firmare l’iniziativa di legge. Sarà un momento per il nostro movimento per incontrare i cittadini e discutere delle iniziative in campo e della situazione difficile in cui versa il nostro paese.

Le date per i successivi incontri informativi saranno pubblicate nelle prossime settimane sulla nostra pagina Facebook o su Twitter.

Se questa è una scuola

Di quanto si è costruito negli ultimi 20 anni ad Orta di Atella non si capisce come, con tutti gli oneri di urbanizzazione introitati dal Comune (?) e i fondi da anni stanziati il nostro paese non si sia potuto permettere una cittadella scolastica a modello scandinavo e molti cittadini siano costretti a far frequentare i loro figli in aule che ricordano le tendopoli post-terremoto a L’Aquila.

Perché quello che stanno vivendo molti bambini ortesi “sbarcati” al Centro Pastorale è la dimostrazione eclatante di come gli amministratori, negli ultimi anni, abbiano abdicato al ruolo dello Stato quale garante dell’educazione e della formazione, ma sopratutto di come si sia ritenuto superfluo “pensare” e “progettare” strutture che riuscissero a far fronte all’impennata demografica subita dal nostro Comune.

L’imperativo è stato “Costruire! Costruire! Costruire!” in nome di uno sviluppo che non è mai stato strutturale, in nome di una speculazione edilizia che è stata evidente, in nome di enormi disagi che vanno dalla mancanza di infrastrutture secondarie alla viabilità, ma mai in nome del Bene Comune.

E questa mancanza di persecuzione del Bene Comune non è un retaggio del passato, è rappresentato da scelte politiche che sono recenti e addirittura difese dall’attuale amministrazione, in ordine di tempo è impossibile non citare la sentenza del TAR sul Piano Urbanistico Comunale.

Tralasciando gli aspetti tecnici, che neanche la sentenza ha voluto affrontare, viene acclarato dai giudici amministrativi un dato politico eclatante,  che ci sono stati amministratori che col pretesto del risanamento urbanistico hanno lavorato non per il bene della Comunità ma per l’interesse proprio o di familiari a loro affini, amministratori, alcuni dei quali, ancora in carica.

Ed è paradossale che siano decenni che gli interessi degli amministratori cozzino sempre con quelli dei cittadini e che il loro operare sia sempre sintomo di “affari loro” da tutelare.

La percezione che la cittadinanza ha dall’amministrare è quella di un enorme conflitto di interessi che pervade la cosa pubblica, una sensazione che è diffusa anche se ancora non è ammessa da tutti che solo qualche cieco non riesce a decifrare.

Tra i ciechi si può certamente annoverare il vicesindaco Massimo Golino che, con le sue dichiarazioni (l’intervista integrale è su Caserta Focus) più che venire da Marcianise fa pensare che provenga da Marte: meno di un mese fa, in un’intervista a proposito del nostro paese, lo definiva: «un Comune che ha fatto leggere una crescita economica apprezzabile, articolata attraverso una politica di sviluppo urbano che ha consentito a tanti cittadini di capitalizzare le proprie risorse e a tante altre persone di scegliere di vivere ad Orta di Atella».

Ora, è ovvio che le dichiarazioni del vicesindaco non hanno creato nessun sussulto in quanto sembra essere abbastanza chiaro che l’esecutivo dell’amministrazione Mozzillo vale quanto il due di coppe quando la briscola è a bastoni, ma una reazione spontanea io l’ho avuta e una domanda al vicesindaco l’avrei voluta fare: Quali cittadini hanno capitalizzato da questa colata di cemento? E quelle persone che hanno scelto di vivere ad Orta di Atella scoprendo che neanche una strada senza fossi avrebbero avuto nel raggio di due km oggi rifarebbero quella scelta?

Ma è inutile chiedere ai marziani, come è inutile sperare che l’amministrazione si ponga seriamente il problema di continuare ad usare il Centro Pastorale come succursale scolastica perché, parliamoci chiaro: va bene essere legati alle tradizioni e va bene preservare lo spirito del Presepe, ma chiedere ai nostri figli di vivere in una grotta mi sembra esagerato.

Fotografia di Salvatore Pasovino D’Ambrosio

Parigi, Charles Baudelaire e la coperta corta del mondo

Ô douleur! ô douleur! Le Temps mange la vie,
et l’obscur Ennemi qui nous ronge le coeur
Du sang que nous perdons croît et se fortifie!
— Charles Baudelaire, Il nemico*

13/112015. Sette attacchi terroristici congiunti rivendicati dall’Isis hanno colpito al cuore la città di Parigi provocando la morte di 129 persone e il ferimento di altre 300. Questo attacco criminale che ha sconvolto l’intera Francia, provocando sconcerto per la maniera relativamente semplice con cui è stata attentata la vita ordinaria di una grande metropoli occidentale, non rappresenta altro che un’ulteriore tappa di quella “arte” di fare guerra che da sempre si accompagna alle vicende umane nel mondo. Nel corso della sua tragica storia, la guerra ha spesso cambiato forma, modalità di esecuzione e finalità da perseguire, finendo per diventare oggi qualcosa di molto diversa da quella cui siamo stati abituati a conoscere sui libri di storia.

Almeno fino al secondo conflitto mondiale, la guerra era una cosa chiara, dai contorni facilmente definibili, si sapeva chi combatteva contro chi e perché, il conflitto era “ritualizzato” da regole accettate da ognuno, era possibile sapere quando una guerra iniziava, quando veniva stipulato un armistizio e quando terminava. Poi è iniziata la cosiddetta “Guerra Fredda”, con le due super potenze, Usa e Urss, a spartirsi il mondo in due distinte sfere di influenze. Teatri di guerra sono diventati principalmente l’Africa, l’America Latina, il Sud-est Asiatico, il Medioriente, dove, nel susseguirsi vorticoso di colpi di Stato, le due super potenze hanno mostrato il peggio di loro stesse per la salvaguardia dei rispettivi interessi internazionali. Quindi, con la dissoluzione dell’impero sovietico, e il relativo predominio politico e culturale degli Usa, il mondo è diventato più instabile per effetto dell’emergere esponenziale di tanti particolarismi nazionali.

Col termine “Balcanizzazione del mondo”, ci si riferisce appunto alle spinte autonomiste di diversi popoli i quali, svincolatosi dalla “tutela” coatta che erano costretti a subire, tendono a trasformarsi da entità nazionali a Stati indipendenti riconosciuti a livello internazionale. Passaggio che è quasi sempre avvenuto attraverso sanguinose guerre fratricide. La fine di un controllo politico imposto dall’alto ha consentito l’emergere di “neo” potentati economico-finanziari che in molte realtà territoriali, speculando sulla “verginità” economica dei “nuovi mercati” da conquistare e sul vuoto di regime ereditato, piuttosto che accompagnarle nel processo di progressiva democratizzazione dei rispettivi apparati statuali, hanno favorito, in maniera più o meno diretta, la nascita e la proliferazione di nuove forme di radicalismo politico. Quindi, la guerra è diventata quella che conosciamo oggi, una guerra che da “posizione” diventa più di “movimento”, dove il nemico da combattere non necessariamente corrisponde ad un’entità Statale vera e propria, dove vengono colpite più delle popolazioni inermi che obiettivi militari situati in territorio nemico. Una guerra fatta dal e contro il terrorismo che, dopo più cinquant’anni, coinvolge più direttamente l’Occidente ricco perché è contro la sua cultura secolare che i professionisti del fanatismo religioso scagliano i loro anatemi. Una guerra dalla natura sfuggente perché non è dato mai sapere il come e il quando produrrà la sua dose di morte e terrore e perché più complessi ed ambigui vanno facendosi gli intrighi di potere della geopolitica mondiale. Una guerra asimmetrica perché ognuno combatte con le armi che possiede seguendo la propria strategia bellica, combattuta indistintamente in qualsiasi parte del mondo, laddove sono resi necessari e contingenti i suoi effetti destabilizzanti. Una guerra di tipo psicologico che quando non deflagra in fatti criminali si mantiene bene in vita agendo a bassa intensità, perché tutta giocata sulla percezione che si deve avere del nemico e perché molto investe sulla manipolazione dei mezzi di comunicazione di massa.

Per opera di fanatici fondamentalisti o di “bombe intelligenti”, la guerra contemporanea ha come effetto tragico immediato quello di produrre in serie vittime totalmente esterne al conflitto. Perché il suo scopo precipuo è quello di iniettare nel tessuto quotidiano un’impercettibile sensazione di paura, di generare il timore di instaurare un rapporto normale con le forme della città, diffidenza nel diverso, odi razziali, contrasti culturali, dissidi etnici. In nome di un Allah profeta dell’Islam, i cui adepti fondamentalisti riconducono tutta la complessità interpretativa alla sola componente jihadista, o per conto di un’idea di pacificazione planetaria che si vorrebbe costruire facendola combaciare ad un unico modello economico-culturale, la guerra contemporanea si arroga quasi sempre il diritto di combattersi per nome e per conto di interi popoli che sono quantomeno estranei alle logiche sotterranee che ne motivano le modalità di esecuzione.

Il fatto è che, per molti secoli, i popoli sono stati abituati a subire passivamente la guerra, arrivando a partorire nei sui riguardi un rapporto fatalistico, come di una cosa ineluttabile. Ci si sentiva in guerra per il semplice fatto che il proprio paese l’aveva dichiarata a qualcun’ altro, ma, in concreto, la combatteva solo chi era partito per il fronte, chi era in trincea a scambiarsi pallottole con il nemico. Oggi, la guerra la si subisce per quella quota che ci vede direttamente coinvolti, per il resto, rimane un punto fisso nella cultura dei popoli per il fatto che ad ognuno viene chiesto di ergersi a partigiano di un particolare stile di vita, di difenderne i valori fondativi. Quando accadono eventi come quelli di Francia, le sapienti regie mediatiche, le stesse che molti altri casi simili in giro per il mondo fanno rimanere ignominiosamente nel dimenticatoio, chiedono a tutti di trasformarsi in spettatori-combattenti, indistintamente, ognuno per quello che può e come sa, arrivando ad insinuare il ricatto morale che è da considerarsi un nemico del proprio popolo chiunque non accetti di difendere acriticamente il sistema di valori di cui è portatore.

Non può esistere motivo alcuno che possa giustificare qualsiasi attentato terroristico, rimane una barbarie da condannare senza indugi. Ma un problema, qualsiasi problema, se non viene capito per quello che realmente è, e chiamato col nome che merita, neanche si può pensare di risolverlo.

Di fronte a quanto accaduto a Parigi, il punto non è mettere in discussione la legittimità di ogni Stato sovrano di praticare la politica estera più idonea ai propri interessi nazionali, ma capire che in guerra ognuno combatte con le armi che possiede, che la violenza alimenta altra violenza, che l’uso di un linguaggio violento incattivisce gli animi, corrompe le coscienze, intorpidisce l’intelligenza.

Rispetto al crimine rivendicato dai terroristi dell’Isis, più importante di definire quante colpe ha avuto l’Occidente nel non aver saputo analizzare adeguatamente il fenomeno e nel continuare nell’abitudine di coltivare delle serpi in seno che poi, sistematicamente, gli si rivoltano contro, è prendere atto che in guerra, qualsiasi azione prodotta, risponde a delle logiche di potenza che ognuno contribuisce a porre in essere. Ognuno può decidere di schierarsi come meglio crede, ma, in ogni caso, resta il fatto inopinabile che la guerra genera morte e che la morte chiama altra morte.

Insomma, la guerra è, fosse solo perché, gli interessi economici di uno Stato, la necessità di trovare nuovi sbocchi alle capacità produttive interne, le politiche di dominio territoriale, l’accesso alle risorse ritenute strategicamente vitali per lo sviluppo economico di una nazione, sono da sempre gli elementi sufficienti volti ad offrirgli una sorta di giustificazione morale perpetuandone l’esistenza lungo tutto il corso della storia umana.

Se si vuole che la guerra non sia ciò che è sempre stata, occorrerebbe disinnescarne a monte gli effetti deflagranti che, nella fattispecie contemporanea, potrebbe significare fare in modo che questi professionisti del terrore rimangano soli con i loro deliri di onnipotenza, senza alcuna possibilità di rimpinguare le fila degli adepti facendo presa su quella massa di diseredati tenuti a debita distanza dalle ricchezze del pianeta. Il terrorismo si nutre da sempre delle contraddizioni del mondo, incarnandone la faccia più funesta.

Occorrerebbe diminuire la forbice tra nord e sud del mondo, tra chi ha tutto e pretende di avere sempre di più, e chi rimane avido di benessere.

Occorrerebbe perciò aprirsi al mondo e alla sua complessità, non rinchiudersi in se stessi e acuire paure costruite ad arte.

Detto altrimenti, un mondo il cui sistema economico che lo permea genera continue diseguaglianze economiche ed iniquità sociali, non può pretendere di essere pacificato. È come la coperta corta che non può prescindere dai suoi limiti strutturali e, quindi, mostrarsi in tutta la sua deleteria inconsistenza.

Dal mio punto di vista, occorrerebbe fare tante cose per cercare di depotenziare a monte gli effetti tragici della guerra, tutte cose dal vago sapore utopico probabilmente, ma che intanto esprimono la volontà di iniziare un processo di progressiva e più proficua umanizzazione del mondo. Volontà che qualsiasi gestore del potere non ha ancora mostrato di praticare. Perché, sia detto per inciso, i “capi del vapore”, nel pieno esercizio delle loro funzioni, hanno una fondamentale facoltà in loro possesso: quella di ricondurre l’agire politico ad un puro atto volontaristico.

Intanto che qualcosa di buono accada, di fronte alla morte gratuita di tanti innocenti, piuttosto che sparlare a vanvera e arringare le folle facendo propagandisticamente leva sull’onda emotiva del momento, e molto preferibile rimanere in silenzio per qualche giorno come segno tangibile di sentito cordoglio. Credo sia il modo più sincero per portare rispetto alle vittime francesi di questa “guerra globale”. E alla stupenda Parigi, culla di arte e bellezza, la città in cui ogni amante devoto della cultura vorrebbe vivere.

 

* Ho dolore, dolore! Mangia il tempo la vita, / e l’oscuro Nemico che ci rosicchia il cuore / col sangue che noi perdiamo cresce, si fa forte! [top]

 

La dimenticanza

Per carità, non bastano le lacrime che abbiamo per piangere gli uomini e le donne morte nell’abominio parigino. Troppo spesso ci diciamo che “non dobbiamo dimenticare”. Tuttavia l’esercizio della dimenticanza è pratica in cui eccelliamo in questo nostro occidente opulento e abominevole.

Pare quasi che il tempo sia ridotto all’istante in cui le cose accadono, pare quasi che la storia perda profondità e si manifesti esclusivamente nel presente, nel mentre le cose accadono. Eppure quello che accade sempre contiene delle domande e spesso è frutto delle risposte.

Allora possiamo capire quello che accade oggi, qui e ora, se dimentichiamo? Possiamo lasciarci andare al tumulto delle sensazioni come fossimo nati oggi e solo oggi conoscessimo l’orrore? Possiamo pensare che quell’orrore lo abbiamo subito e che mai lo abbiamo creato? Possiamo scadere nella rappresentazione bestiale che getta odio nell’odio a riempire il calderone?

No! Per essere conseguenti dovremmo interrogare il passato per cercare di comprendere il presente e costruire brandelli di futuro.

Dovremmo “non dimenticare”. Non dimenticare che il terrore è pratica che l’Occidente conosce bene, da Hiroshima e Nagasaki per restringere il tempo alla contemporaneità; che troppo spesso abbiamo usato la geometria variabile dell’interesse brandendo la spada con una mano e fingendo la democrazia con l’altra.

Troppo spesso abbiamo considerato le morti, morti nostre o morti loro.
In questo secondo caso ce ne siamo allegramente fottuti. E continuiamo a farlo.

La storia insegna ma non ha scolari, diceva Antonio Gramsci. Appunto.
Il globo diviso in etnie, in razze, in colori, in religioni, in classi, ma questo non si puó dire. Da una parte peró c’è chi sfrutta, depreda e accumula, dall’altra chi accumula si, ma l’odio, il rancore, la vendetta.

Sicuri di essere dalla parte buona del mondo, abbiamo esportato le nostre ragioni e i nostri conti in banca a suon di cannoni, di proiettili, di grappoli di bombe.

Abbiamo seminato morte, corpi straziati, lamenti di bambini e di chi è rimasto.

Fumanti ancora sono i campi afghani e iracheni, quelli libici, siriani e di qualche altro altrove. Li abbiamo seminati a sangue.

Davvero abbiamo creduto che mai ne venisse una reazione opposta e contraria? Davvero abbiamo creduto che qualcuno, in quelle terre, credesse che ci importasse più degli esseri umani che dei pozzi di oro nero? Che il problema per noi fosse un Saddam in più o un Gheddafi in meno, dopo averli blanditi, foraggiati e applauditi quando non servivano bombe per fare affari, perchè il denaro, si sa, è il comune feticcio di tutti gli uomini?

È poi? E poi la Palestina.

Luogo di martirio, terra umiliata e offesa in nome di Dio. Ah, se Dio scendesse in terra a dire: “non esisto!”

Tutti i giorni, ogni giorno esercitiamo la dimenticanza e gli altri, quelli buoni per tutte le stagioni, esercitano la menzogna a tutto spiano, la realtà mutilata, sfregiata.

La Palestina ridotta a striscia, brandello di terra. Muri, muri, muri. Spiragli nei muri. Blocchi. No, no, no, non puoi camminare nella tua terra.

I coloni. Ma chi sono, i coloni?

I coloni colonizzano?

E cosa si colonizza? La terra propria o la terra altrui?

E noi dividiamo il giusto dall’ingiusto?

Non sono morti nostri quelli che come mosche cadono con una pietra in mano nella Striscia di Gaza o in Cisgiordania?

Facciamo fatica a chiamarlo genocidio per esorcizzare le nostre colpe, come se evitando la durezza della parola scomparisse il contenuto, il senso, il fatto.

Invece non scompare nulla, non scompaiono le strade lastricate di sangue, i morti bambini alla fermata del tram, quel lembo di terra rimasto di una terra che era grande, qualche anno fa.

E allora fermiamoci. Piangiamo pure, ma in silenzio.

Quando non siamo capaci di parole o non abbiamo il coraggio delle parole che andrebbero dette allora dobbiamo tacere.

Restiamo umani, diceva il poeta. Non dimentichiamo, dico io.

Che poi è la stessa cosa.

El rey del metro cuadrado

Storia di Carlos Caszely e Salvador Allende. E della dignità.

Il Cile è un paese dalla strana geografia. È il più lungo e il più stretto del pianeta. Dalle Ande all’oceano il passo è breve. È un paese di storie grandi e di grandi passioni, è la terra che ha dato i natali a Nicanor Parra, a Gabriela Mistral e Pablo Neruda, terra di poeti dunque. A Valparaiso è nato Salvador Allende, primo marxista eletto democraticamente nella storia del genere umano.

Ma in Cile è nato anche Carlos Humberto Caszely, giocatore di futbol, el rey del metro cuadrado, tanto era implacabile nell’area di porta avversaria.

Nel 1970, aveva vent’anni, giocava e faceva gol nel Colo Colo, la squadra più prestigiosa del Cile. E votava per la Unidad Popular, la coalizione che includeva comunisti, socialisti e forze progressiste e che sosteneva Salvador Allende alla presidenza del Cile.

Allende vinse. El pueblo unido jamas serà vencido cantavano gli Inti Illimani. Caszely era un uomo del popolo, aveva vinto anche lui.

Era pericoloso Salvador Allende. Faceva paura. Perché mirava si a trasformare la società cilena, a “fare il socialismo”, ma prima ancora mirava a creare un uomo nuovo, che prendesse coscienza delle proprie potenzialità e liberasse la sua creatività, che si spogliasse di quella stupidità data dal vivere per avere o per guadagnare, perché si vive semplicemente per vivere, come la farfalla vola senza sapere di volare e il bambino gioca senza sapere di giocare. E cercava di farlo senza importare modelli precostituiti, né quello sovietico, né quello cubano. Quando Ernesto Guevara gli regalò il suo libro La guerra di guerriglia, scrisse nella dedica: “A Salvador Allende, che con altri mezzi cerca di ottenere la stessa cosa”.

Pablo Neruda diceva che Allende era un poeta, “el poeta eres tù” gli diceva. In effetti era così. Come un poeta, Allende sognava, e nel tradurre il sogno coinvolgeva migliaia di cileni che, insieme a lui, andavano a fissare lo sguardo un po’ più in là, quasi a voler indovinare un altro mondo possibile.

Faceva paura Salvador Allende. Per questo Augusto Pinochet, la mattina dell’11 settembre 1973, salvò la democrazia cilena. Assassinandola.

Tutto torno al suo posto. Nella città di Santiago lo stadio venne trasformato in mattatoio. Migliaia di prigionieri, stipati sulle tribune, attendevano che si decidesse il loro destino. Devastarono case e circoli i salvatori della patria. Bruciarono i libri.

I soldati strappavano i pantaloni alle donne gridando che in Cile le donne dovevano portare abiti femminili. I poveri tornarono ad essere poveri, come sempre.

A Washington il lavoro svolto fu molto apprezzato: “Negli Stati Uniti, come lei sa, signor Pinochet, siamo favorevoli a ciò che sta facendo. Esprimiamo al suo governo i nostri migliori auguri”. Henry Kissinger, insignito del Premio Nobel per la pace, battezzava la “ritrovata” democrazia cilena in nome degli Stati Uniti d’America. D’altronde proprio non poteva accettare che “un paese diventasse comunista per l’irresponsabilità del proprio popolo”.

In diciassette anni, migliaia di cileni sono morti sotto Pinochet. Più di 1.100 sono “desaparecidos”. Numerose altre migliaia hanno subito la tortura, il carcere o l’esilio. Un patrimonio secolare di conquiste sociali e democratiche è stato sanguinosamente disperso in un rapido volgere di tempo, e al suo posto è stato edificato un nuovo ordine, rigorosamente capitalistico.

In quel 1973 Carlos Caszely continuava a fare gol, era il suo mestiere, il punto finale del suo pensiero. Era il padrone del metro cuadrado. Viveva per buttare dentro il pallone. Regalava la gioia (ma anche la disperazione). D’altra parte scriveva bene Eduardo Galeano: “Il gol, anche se è un golletto, risulta sempre un goooooooooooool nella gola dei radiocronisti, un “do di petto” capace di lasciare Caruso muto per sempre, e la folla delira, e lo stadio dimentica di essere di cemento e si stacca dalla terra librandosi nell’aria”.  Faceva gol Carlos Caszely, ma non rinunciava ad esprimere le sue idee ed anzi si impegnava in prima persona perché prevalessero le ragioni dell’uguaglianza e della libertà dal bisogno. Nelle elezioni del marzo, infatti, sostenne apertamente Gladys Marin e Volodia Teitelboim, candidati del Partito Comunista e contribuì, di fatto, ad uno straordinario risultato della Unidad Popular che, addirittura, a pochi mesi dal golpe e tre anni dopo il trionfo di Allende vedeva aumentare il proprio consenso tra i cileni. Ma il golpe spezzò il sogno.

Caszely firmò per il Levante, nella seconda divisione spagnola, perché in Cile ormai, non c’era più posto per lui, Carlos “il rosso”. Ma pensò che non poteva lasciare il Cile senza prima dare pubblicamente un segno di cosa pensava di Pinochet, doveva fargli uno sgarbo. E l’occasione si presentò quando il dittatore ricevette la Nazionale cilena prima che partisse per Mosca, dove si sarebbe giocata l’andata di una delle qualificazioni al Mondiale più politicizzate della storia. “Pinochet non era stupido, già sapeva che non l’avrei salutato”, raccontò Caszely qualche anno dopo. “Così camminò davanti alla squadra, e tutti gli diedero la mano, ma io rimasi con le mie dietro la schiena. Passò oltre e sorrise a mezza bocca”. Il Cile strappò un eroico 0-0 allo Stadio Lenin e doveva giocarsi l’accesso al Mondiale nella partita di ritorno, allo Stadio Nacional il 21 novembre 1973. In quello stesso stadio, fino ad un mese prima, i militari avevano torturato e ucciso Victor Jara e insieme a lui centinaia di comunisti, socialisti, studenti e militanti.

I sovietici, anche per questo, chiesero che la partita si giocasse in campo neutro, ma la Fifa si oppose e dunque non si presentarono a Santiago. Pinochet però organizzò un simulacro di partita in cui i calciatori cileni giocarono senza rivali e segnarono un gol a porta vuota. Tra loro c’era anche Caszely, stavolta rosso di vergogna. Non se lo perdonò mai, e insieme a lui il suo compagno Hector “Chamaco” Valdés, capitano della nazionale cilena, che proprio dallo Stadio Nacional, due settimane prima di quell’incontro mai giocato, era riuscito a tirar fuori, dopo giorni di torture, Hugo “Chueco” Lepe, ex difensore del Colo Colo, poi impiegato al Ministero delle Opere Pubbliche nel governo Allende e dunque arrestato.

Parti per la Spagna, dunque. Giocò nel Levante e nell’Espanyol. E fece gol, come sempre. Tornò nel ’78, sempre al Colo Colo, sempre rey del metro cuadrado. Tuttavia era ormai il nemico giurato dei militari per cui la sua carriera in Nazionale fu sempre contrastata. Per andare al Mondiale del ’74, Caszely dovette pagarsi il biglietto aereo e fu letteralmente annichilito dai media cileni, praticamente tutti schierati con i militari, in particolare da El Mercurio, quando venne espulso nella partita con la Germania Ovest. In quella partita fu preso a calci senza soluzione di continuità da Berti Vogts (che quattro anni più tardi si chiedeva cosa non andasse nell’Argentina dei militari e dei desaparecidos) fin quando non reagì e venne espulso. Ostracismo che continuò anche dopo che, nel 1979, venne eletto miglior giocatore della Coppa America che il Cile perse in finale contro il Paraguay.

La sua partita d’addio, che il Colo Colo giocò il 12 ottobre 1985 contro una squadra di stelle sudamericane accorse a rendergli omaggio, si trasformò in un atto politico contro la dittatura cilena.

Caszely non perse mai la speranza che potesse tornare la democrazia nel suo paese. Sapeva, in cuor suo, che il sogno della Unidad Popular, di Salvador Allende e Pablo Neruda non sarebbe più tornato, che quel treno, che passa una sola volta nella storia di un paese, ormai il Cile lo aveva perso. Ma doveva fare qualcosa, trovare il momento giusto e mischiarsi col suo popolo per abbattere il tiranno.

E il momento arrivò nel 1988, quando Caszely si impegnò nella campagna per il referendum concordato tra i militari e l’opposizione, attraverso il quale i cileni avrebbero deciso se mantenere al potere Pinochet fino al 1997 o se aprire un processo democratico. E lo fece rivelando ai cileni le torture e le violenze che aveva subito dieci anni prima sua madre, Olga Garrido, con la quale comparve più volte in televisione a raccontare quello a cui troppi cileni, dopo sedici anni di dittatura, si erano ormai assuefatti.

Il NO trionfò in quei giorni furenti e belli narrati così bene da Pablo Larrain. Furono i giorni dell’arcobaleno. E Caszely si tolse un peso. Pensò a Salvador Allende. Lo fa spesso.

Potè tornare a sentirsi orgoglioso del suo paese.

Lei, sempre con la sua cravatta rossa. Non se ne separa mai” gli disse un giorno Pinochet. “E’ vero, la porto sempre accanto al cuore” gli rispose Caszely. “Io gliela taglierei quella cravatta” sorrise in maniera macabra il dittatore facendo il gesto delle forbici.

No, non gliel’ha tagliata.

Quella cravatta rossa, Carlos Caszely el rey del metro cuadrado, la porta ancora.

Accanto al cuore.