L’inerzia creativa dell’Amministrazione Villano

C’è un limite oltre il quale non è più ragionevole trovare come alibi politico attendibile il fatto di aver ereditato decenni di cattiva gestione della cosa pubblica e di un criminale saccheggio del territorio. Ed è quello che porta a constatare che ad appoggiare senza indugi questa amministrazione, con incarichi più o meno diretti o più o meno esplicitati, ce ne sono diversi che di quella stagione hanno avuto un ruolo da protagonisti e che di quella stagione hanno ereditato almeno l’attitudine a non saper guardare oltre i propri interessi corporativi.

Ci sono comportamenti che non possono essere tollerati perché si è deciso che a prevalere debba essere l’improvvisazione del “giorno per giorno” piuttosto che una visione politica ben delineata nei suoi valori portanti. Come se la gestione politica di un territorio non fosse una cosa da trattare con tutta la serietà e le competenze del caso, senza “gioggionerie” ammantate di retorica “paesana”. Questa maggioranza sta innalzando a modello politico la tendenza a vestire di straordinario azioni appena ordinarie, a magnificare ogni presenza (pseudo) istituzionale con selfie celebrativi, a delegare ad un luogo amorfo come i social la più concreta relazione del territorio, a fare della casa comunale un luogo frequentato assiduamente da persone di cui mai è stato specificato precisamente il ruolo. O ad agire pilatescamente rispetto ad importanti scelte d’indirizzo riguardanti l’assetto urbanistico del nostro paese (vedi PUC).

Ci sono silenzi diventati assordanti tanto sono reiterati e improntati ad un’incivile indifferenza. Come quelli relativi alla cronaca politico-giudiziaria documentata dal giornale web Campania Notizie, che quasi quotidianamente gettano delle ombre su diversi esponenti che appoggiano l’amministrazione Villano e che sempre rimangono senza delle argomentate smentite ufficiali. Il punto non è prendere acriticamente una posizione di comodo a seconda del grado di partigianeria che indirizza il punto di vista che s’intende adottare. Ma semplicemente chiedersi se i resoconti cronachistici fatti da Campania Notizie sono falsi o sono veri, se sono delle illazioni inventate di sana pianta o se riportano cose veritiere fatte solo oggetto del “tipico” sensazionalismo giornalistico. Detto in estrema sintesi: l’ipotesi che l’attuale maggioranza sia legata alle passate esperienze politiche dalle stesse metodiche amministrative e da logiche politico-affaristiche mai esauritesi, è totalmente falsa o contiene un fondamento di verità?

Se è vera, si dovrebbero denunciare pubblicamente le supposte millanterie. Se è falsa, sarebbe necessaria un’azione di igiene politica veloce e radicale. In ogni caso, bisogna pretendere delle risposte chiare ed esaurienti, perché il fare silenzio equivale a mettere un timbro alla comprovata inadeguatezza politica.

Pressapochismo gestionale, inconcludenza politica, affarismo arruffone, esaltazione dell’ordinario, populismo ostentato, dilettantismo temerario, consociativismo funzionale. Con la serietà d’analisi che si richiede alle persone intelligenti, all’amministrazione Villano nessuno ha chiesto di risolvere in pochi mesi anni di scellerata gestione della cosa pubblica. Ma neanche che facesse emergere queste caratteristiche in così poco tempo, animando la sua gestione politica di una sorta di inerzia creativa buona solo a far sprofondare ancora più in basso le sorti amministrative di Orta di Atella.

 

Massimo Stanzione, Cleopatra e il senso delle cose

Arca russa è un film (del 2002) di Alexander Sokurov, uno dei registi più importanti del cinema contemporaneo.

Un unico piano sequenza girato in soggettiva tutto all’interno dell’Ermitage di San Pietroburgo, la “grande arca”, come la chiamano i russi, il luogo dove, insieme alla grande arte, è conservata tutta la loro storia. Attraverso la descrizione ammirata dei tesori custoditi nell’Ermitage, il film vuole essere un excursus analitico lungo 200 anni di storia della Russia, tra i fasti splendenti un passato glorioso e le insicurezze percepite di un presente incerto. Il grande museo, già residenza degli Zar, è come risucchiato in una sorte di limbo atemporale, un diplomatico francese, il marchese Astolphe de Cusine, si aggira tra le sale e lungo il suo peregrinare incontra personaggi provenienti da diverse epoche.
Un prodigio di tecnica e di stile applicato al cinema insomma, di una raffinatezza formale davvero abbagliante. Ma non è di cinema che voglio scrivere, ma appuntare l’attenzione su un fatto specifico che capita nel film (esattamente dopo 20 minuti e 25 secondi dall’inizio). Il marchese, mentre è in compagnia di altri due uomini, viene colpito da un quadro in particolare, gli si avvicina, legge il titolo del dipinto “Cleopatra”. “Bellissimo”, esclama subito. Poi legge ed esclama il nome dell’autore: “Massimo Stanzione”.

Non che non conoscessi già l’importanza pittorica di Massimo Stanzione, la presenza di molti suoi dipinti nei musei più importanti di tutto il mondo, la sua centralità all’interno della scuola pittorica napoletana del 600. Ma il ritrovarmelo rappresentato in quel modo, apprezzato con una modalità del tutto inaspettata all’interno di un grande film, ha avuto in me l’effetto di accrescere il senso dell’importanza che gli si dovrebbe attribuire. Detto altrimenti, sin da quando ho visto per la prima volta il film, ho iniziato a riflettere con più cognizione di causa sull’oblio cui è stato sempre fatto oggetto Massimo Stanzione nel suo paese natale : Orta di Atella. Tranne una strada e la scuola media a lui dedicate (cose alquanto canoniche), e qualche associazione presente sul territorio che porta il suo nome , mai niente di veramente importante è stato fatto per legare le sorti culturali del territorio atellano con la sua importanza pittorica nell’economia della storia dell’arte. Urge precisare che non si tratta di vantare una natività persa nella notte dei tempi e che ha ormai una scarsissima pertinenza con lo sviluppo storico subito dal territorio, e neanche di farne un santino da mercificare durante le feste comandate.

Tutt’altro. Il punto è chiedersi perché non si ha cura della memoria storica, perché non si da centralità ad un “concittadino” così illustre e fare di un facitore di bellezza come lui un antidoto contro l’invadenza del brutto. Ecco, un piccolo dettaglio filmico ha reso in me urgente una domanda di una semplicità, credo, disarmante:  Una domanda dal sapore utopico che non avrà mai una risposta adeguata, posta in maniera anche un po’ provocatoria. Ma io credo che chi ha a cuore le cause della bellezza, evitando possibilmente di perdersi in irrealistiche perorazioni ideologiche, deve continuare a partorire uno spirito polemico senza sentirsi inadeguato. Comportarsi come un bambino che fa ingenuamente le domande più semplici e pretende che gli si diano delle risposte ragionevoli.

Breve analisi di un paese Atellano

Per conoscere un qualsiasi tipo di problema è necessario delinearlo per quello che è e per come può evolvere. Solo conoscendo le cause che l’hanno prodotto è possibile arrivare ad analizzare gli effetti potenziali che può essere ancora capace di produrre.
Volendo mettere in pratica questo intuitivo esercizio critico, e volendo quindi ricondurre il tutto ai moventi primi, partiamo da un semplice esercizio (cosiddetto) di scuola. Su ogni manuale di storia che si rispetti, nello spiegare i mutamenti profondi incorsi all’interno di un’organizzazione sociale più o meno ampia, inseriti in un arco temporale che non è mai inferiore ai 20-30 anni, uno dei parametri più usati è quello del progressivo aumento demografico della popolazione. Posto questo assunto “scolastico”, si consideri poi, con dati empirici alla mano, che Orta di Atella, nel giro di 5-10 (a partire dal 2000 circa), ha conosciuto un incremento della sua popolazione superiore al 100%. Raccogliendo il tutto non dovrebbe risultare difficile affermare che Orta di Atella ha conosciuto una crescita del tutto sproporzionata rispetto al suo assetto urbanistico e alla sua vocazione territoriale. Un paese ferito a morte da colate di cemento che ne hanno mutato la morfologia territoriale e disgregato gravemente lo spirito comunitario.
Queste (in breve) le cause prime radicate nella politica ortese degli ultimi 20 anni (almeno). Quali gli effetti evidenti sull’oggi ?
A nostro avviso, ragionando per astrazione concreta, ci preme evidenziare come una sensazione palpabile di apatia si sia impossessata del paese. E’ come se partisse dalle sue viscere più profonde per restituircelo senza più un’anima qualificante e senza più un’identità riconoscibile. Oggi ci ritroviamo un paese alla deriva. Senza forma.
Tutto è iniziato con una gestione esclusivamente affaristica della cosa pubblica, poi si è proseguito servendosi di due parametri classici nella pratica della costruzione e conservazione del potere : clientelismo funzionale ed assistenzialismo servile. Il risultato, l’unico possibile date le premesse, è stato un territorio fatto laboratorio di una lottizzazione selvaggia senza precedenti, grazie anche alla complicità interessata di larga parte della sua popolazione. Un paese cresciuto in una maniera assolutamente disordinata, allineato alle mire speculative della criminalità organizzata. Un urbanista serio ed intellettualmente onesto direbbe che Orta di Atella, da zona dell’ordine rurale con buone possibilità di sviluppo virtuoso del suo territorio, si è trasformato arbitrariamente in zona dormitorio dal destino urbanistico totalmente anonimo, luogo votato alla marginalità coatta, dunque, ricettacolo ideale di ogni forma di virus antisociale.
Orta di Atella è oggi un paese dove tutto o quasi è da rivitalizzare, riqualificare, riorganizzare : mancano i servizi adeguati (salute, scuola, sport, ambiente, politiche sociali) per allinearlo alla crescita abnorme e subitanea che ha conosciuto ; occorrono premesse politiche nuove nella gestione della cosa pubblica per vincere il malcostume diffuso delle pratiche illegali.
Ad Orta di Atella non mancano certo i cittadini animati di buone intenzioni, associazioni di volontariato, compagnie teatrali, musicisti, attori, animatori culturali in genere. Ma è tutto troppo poco e troppo debole, demandato a singoli gruppi che non s’incontrano mai : tanti singoli che non fanno sistema, tanti talenti che non creano spirito comunitario. Tutti abitanti un perenne presente, dimentichi del passato lasciatoci in dote e con scarsa capacità di produrre una buona idea di futuro. La nostra ambizione è proprio quella di riprendere in mano le sorti del nostro domani. Proponendoci come uno spazio catalizzatore aperto a chiunque intenda elaborare una diversa idea di città e un modo rivoluzionato di concepire l’amministrazione della cosa pubblica. Cosa affatto semplice, che necessita di un educazione civica lenta e duratura, e di cui avvertiamo tutto il peso etico. Come anche l’urgenza di fare più di un tentativo. Per questo resistiamo nonostante tutto, abbattendo l’apatia con la passione, lavorando per elaborare soluzioni concrete, per costruire metodiche inclusive. Noi agiamo senza megafono, sotto traccia, con l’ambizione di costruire nel tempo una coscienza politica autenticamente alternativa. L’unica capace di rendere possibile quella pratica della buona politica di cui Orta Di Atella è da troppo tempo orfano. Cambiare lo stato esistente delle cose si può ancora, si può sempre.

Ken Loach, il cinema e la militanza

Ken Loach ha vinto la Palma d’oro al festival del cinema di Cannes con il film “I, Daniel Blake”. È al suo secondo riconoscimento sulla croisette, che arriva dieci anni dopo “Il vento che accarezza l’erba” sulla lotta per l’ indipendenza dell’Irlanda dalla corona inglese. Il film dell’autore inglese si è certamente aggiudicato il premio per motivi esclusivamente cinematografici, ma a me piace sottolineare il valore simbolico che assume la vittoria del suo film, il fatto che, in un tempo storico percorso da una generalizzata disaffezione nei confronti delle politiche di governo, in concomitanza quasi con la possibile vittoria elettorale in Austria della destra xenofoba, ad essere premiato sia stato  un autore che continua imperterrito a considerare l’impegno politico come l’unica strada possibile per cercare i cambiare lo stato delle cose, a parlarci di una politica che non appassiona più in ragione di una idea di mondo da perseguire e che si autoalimenta sulle paure planetarie artatamente inculcate.

Diversi autori potevano aggiudicarsi la Palma d’oro in questa sessantanovesima edizione del festival di Cannes. Poteva prevalere uno tra il talento esuberante del giovane Xavier Dolan (“Juste la fin du monde”), l’elegia dolente di Jim Jarmusch (“Paterson”), il rigore etico proveniente dall’emergente cinematografia rumena con autori come Cristian Mungiu e Cristi Puiu (“Gratuatio” e “Sieranevada”). O ancora, lo spessore autoriale di Olivier Assayas (“Personal shopper”), di Pedro Almodovar (“Julieta”), dei fratelli Dardenne (“Le fille inconnue”), l’originalità di linguaggio di Brillante Mendoza (“Ma’Rosa”) o di Nicolas Winding Refn (“The neon demon”). Ed, invece, a prevalere è stato un giovane ottantenne che ostinatamente continua a percorrere il suo percorso artistico al fianco degli ultimi, degli emarginati, degli esclusi, dei sognatori, un autore di lungo corso che ha sempre concepito il cinema come un mezzo attraverso cui pensare ad un altro mondo possibile. Un cantore delle belle speranze.

L’originalità della sua poetica risiede nel fatto che il suo è un cinema che si sviluppa intorno a idee forti perorate con coerente ragionevolezza critica, che intorno ad esse porta a convogliarvi l’attenzione pubblica, non ricercandola nell’accondiscendenza passiva di chi ha la sua stessa sensibilità politica, ma sapendo generare sdegno in chiunque non si mostri indifferente di fronte alla lucida evidenza di un’ingiustizia. Il suo è un cinema militante ma mai retorico, appassionato ma mai declamatorio, ideologico ma mai moralistico.  Un cinema che scruta la storia nelle sue pieghe più nascoste e ha l’abilità di fermarsi sempre alla giusta distanza : per mostrare i fatti nel loro concreto avverarsi senza compiacersi mai della sua particolare visione delle cose.

E’ rimasto sempre se stesso Ken Loach, la sua militanza inossidabile delinea una posizione precisa da cui poter guardare le cose del mondo, militanza che resiste all’usura del tempo perché fatta di cosciente umanesimo, di fede nell’ideale Socialista, priva di quegli orpelli iconografici che rischiano di renderla evanescente.

Viva Ken Loach il Rosso!

E vennero i giorni dell’abbandono!

Il Parco Commerciale “Le Fabulae” di Orta di Atella sta per chiudere.

Ricordo che si respirava un aria di festa contagiosa il giorno della sua inaugurazione, era il dicembre 2006, poco prima di natale, e una fiumana di persone accorreva da ogni luogo per poter esserci nel giorno in cui un ennesimo tempio dell’effimero apriva le sue porte ai potenziali clienti.

Quelli erano i giorni dell’abbondanza per Orta di Atella e la nascita del Parco Commerciale della famiglia Damiano rappresentava solo l’aspetto più evidente e megalomane del delirio urbanistico coevo. Era come se un’ubriacatura collettiva avesse acriticamente coinvolto la quasi totalità della popolazione ortese, come se ognuno si sentisse il dovere di investire più un soldo di speranza sul futuro certamente radioso del proprio paese. Ricordo che pochi erano le persone che muovevano delle critiche sulla bontà dell’intera operazione. C’era chi faceva notare che le strade che conducevano al Fabulae erano totalmente inadeguate per ospitare un flusso di auto che, evidentemente, si voleva ingente. Pochissimi altri, i più temerari, osavano notare che siffatto progetto non era inserito in un più ampio piano commerciale ; che esso rappresentava solo il parto più evidente di quel coacervo di vizi sistemici che andavano (e vanno ancora) dalla cementificazione selvaggia del territorio alla affarismo speculativo, dalla gestione privatistica della cosa pubblica al clientelismo consociativo ; che così come era stato concepito, aveva scarse possibilità di durare nel tempo con delle ricadute positive sull’intera comunità ortese. perché i progetti imprenditoriali manchevoli di un’anima autenticamente socializzante durano fintanto che non si esaurisce la vena speculativa che li tiene in vita. Insomma, non mancava chi rifletteva sul fatto che, senza l’adozione degli adeguati strumenti urbanistici, un’impresa privata come “Il Fabulae” era inevitabilmente destinata a rimanere una cosa fine a se stessa, figlia esclusiva, oltre che delle legittime (?) mire affaristiche della famiglia Damiano, della bulimia tutta contemporanea di erigere sempre nuovi santuari per l’individuo consumatore. Con scarse possibilità di instaurare un legame virtuoso con il tessuto connettivo del paese.

Ma erano veramente pochi questi individui, derubricati facilmente come i soliti “sfigati” che sempre e comunque devono muovere delle critiche. perché la cosa veramente importante, certa, inopinabile per il senso comune dominante, era che Orta di Atella aveva il suo “centro commerciale, il suo personale Agorà consumistico, la sua piazza liquida. Il premio meritato per una comunità ampiamente resasi complice della commistione indifferenziata tra pubblico e privato.

Come è stato il rapporto tra Orta di Atella e “Le Fabulae”?

Aldilà di ogni considerazione soggettiva, frutto delle inclinazioni culturali di ognuno e quindi di modi diversi di interpretare le cose, credo si possa dire in maniera abbastanza oggettiva che, conclusosi il periodo di sbornia iniziale, rappresentato per la cittadinanza ortese dall’elemento “novità”, il Parco Commerciale ha instaurato con il paese un rapporto tutt’altro che dinamico, finendo per rimanere nella sostanza un corpo esterno ed estraneo. La colpa è da ascriversi certamente alla gestione dei proprietari, dimostratosi poco attrattivi come gestori di un centro commerciale il quale, proprio dell’attrazione continua di interessi economici diversificati e dal legame forte da stringersi con il milieu urbano circostante, deve fare i suoi fulcri vitali. D’altro canto, la famiglia Damiano, nel giro relativamente breve di pochi anni, da leader nazionale nel campo dell’elettronica di consumo, telefonia ed elettrodomestici (per la cronaca, si ricordi solo che il marchio Eldo era arrivato a dare il nome alla squadra di basket di Napoli militante in A1, e che il suo amministratore delegato, Onorato Damiano, si meritò un servizio dedicato sulle pagine economiche di “Repubblica”) ha visto progressivamente sgretolarsi la sua aurea attività.

Ma la colpa è anche di chi ha gestito la politica ad Orta di Atella negli ultimi decenni, incapaci di connettere la nascita di “Fabulae” all’interno di un più articolato piano commerciale teso, per esempio, al coinvolgimento fattivo di quanti più soggetti dell’imprenditoria commerciale del paese. Indifferenti, perché affatto lungimiranti evidentemente, all’evenienza concreta di ritrovarsi con un gigante di cartapesta in mezzo ad un deserto produttivo (e il vasto parcheggio che circonda il Parco Commerciale, sempre sgombro di auto, si presta benissimo a questa immagine). Si sono solo preoccupati di favorire espropri di terreni e di dare concessioni di comodo. Comportandosi, come quasi sempre, da soggetti privati quanto sono delle entità pubbliche.

“Le Fabulae” sta per chiudere si diceva all’inizio, la Conad, specialista nel comparto alimentare, è stato l’ultimo esercizio commerciale ad andarsene, in precedenza, l’uno dopo l’altro, tutti i negozi hanno dovuto abbassare la serrande. I motivi sono stati diversi, il principale si riferisce ai costi di gestione troppo elevati, sproporzionati rispetto al flusso di persone che di media visitano quotidianamente “Il Fabulae”, poi, la mancanza di quelle attività ludiche suscettibili di tenere viva l’attenzione intorno al centro commerciale, quindi la scarsa propensione dei proprietari ad investire nei fisiologici rinnovamenti della struttura.

Ma non è del tutto corretto dire che “Le Fabulae” chiude, perché esso risorgerà sotto altre forme. Una mega palestra dovrebbe essere ospitata al suo interno, si parla poi di un centro estetico, di piscine (?), si vocifera che sarà preso in gestione da una società milanese con il compito di rilanciarne le sorti. Insomma, le cosiddette voci di popolo si rincorrono per nutrire congetture di vario genere. Ma di questa storia rimangono i fatti, che sono come dei macigni quando sono ragionevolmente argomentati. Un fatto è che se il Fabulae doveva rappresentare la pietra angolare di un più ampio sviluppo commerciale del paese, esso ha fallito su tutta la linea. Un altro fatto è che la chiusura del Conad, l’esercizio commerciale che funzionava di più e meglio data la comodità degli orari che praticava, ha comportato il licenziamento immediato di oltre 120 lavoratori. Un altro fatto ancora e la totale latitanza della politica in questa storia. Gli amministratori ortesi, di ieri e di oggi (che poi è la stessa cosa), mai si sono preoccupati di valutare lo stato di salute del Parco Commerciale, assistendo indifferenti al suo progressivo decadimento. Ne tanto meno si sono posti il problema di concertare una soluzione fattibile per evitare che circa settanta famiglie rimanessero senza uno stipendio su cui poter contare. Poco si poteva fare probabilmente, ma mostrarsi indifferenti verso ciò che ti succede dentro casa significa palesare poco interesse proprio verso ciò che ti dovrebbe principalmente, civilmente e doverosamente, interessare.

Dopo i giorni dell’abbondanza vennero quelli dell’abbandono, è la storia politico amministrativa di Orta di Atella degli ultimi due decenni almeno : indifferenza pubblica e interessi privati come facce di una stessa medaglia. E la nascita e decadenza del Parco Commerciale “Le Fabulae” ne rappresenta uno specchio fedele. Solo uno però.

Parigi, Charles Baudelaire e la coperta corta del mondo

Ô douleur! ô douleur! Le Temps mange la vie,
et l’obscur Ennemi qui nous ronge le coeur
Du sang que nous perdons croît et se fortifie!
— Charles Baudelaire, Il nemico*

13/112015. Sette attacchi terroristici congiunti rivendicati dall’Isis hanno colpito al cuore la città di Parigi provocando la morte di 129 persone e il ferimento di altre 300. Questo attacco criminale che ha sconvolto l’intera Francia, provocando sconcerto per la maniera relativamente semplice con cui è stata attentata la vita ordinaria di una grande metropoli occidentale, non rappresenta altro che un’ulteriore tappa di quella “arte” di fare guerra che da sempre si accompagna alle vicende umane nel mondo. Nel corso della sua tragica storia, la guerra ha spesso cambiato forma, modalità di esecuzione e finalità da perseguire, finendo per diventare oggi qualcosa di molto diversa da quella cui siamo stati abituati a conoscere sui libri di storia.

Almeno fino al secondo conflitto mondiale, la guerra era una cosa chiara, dai contorni facilmente definibili, si sapeva chi combatteva contro chi e perché, il conflitto era “ritualizzato” da regole accettate da ognuno, era possibile sapere quando una guerra iniziava, quando veniva stipulato un armistizio e quando terminava. Poi è iniziata la cosiddetta “Guerra Fredda”, con le due super potenze, Usa e Urss, a spartirsi il mondo in due distinte sfere di influenze. Teatri di guerra sono diventati principalmente l’Africa, l’America Latina, il Sud-est Asiatico, il Medioriente, dove, nel susseguirsi vorticoso di colpi di Stato, le due super potenze hanno mostrato il peggio di loro stesse per la salvaguardia dei rispettivi interessi internazionali. Quindi, con la dissoluzione dell’impero sovietico, e il relativo predominio politico e culturale degli Usa, il mondo è diventato più instabile per effetto dell’emergere esponenziale di tanti particolarismi nazionali.

Col termine “Balcanizzazione del mondo”, ci si riferisce appunto alle spinte autonomiste di diversi popoli i quali, svincolatosi dalla “tutela” coatta che erano costretti a subire, tendono a trasformarsi da entità nazionali a Stati indipendenti riconosciuti a livello internazionale. Passaggio che è quasi sempre avvenuto attraverso sanguinose guerre fratricide. La fine di un controllo politico imposto dall’alto ha consentito l’emergere di “neo” potentati economico-finanziari che in molte realtà territoriali, speculando sulla “verginità” economica dei “nuovi mercati” da conquistare e sul vuoto di regime ereditato, piuttosto che accompagnarle nel processo di progressiva democratizzazione dei rispettivi apparati statuali, hanno favorito, in maniera più o meno diretta, la nascita e la proliferazione di nuove forme di radicalismo politico. Quindi, la guerra è diventata quella che conosciamo oggi, una guerra che da “posizione” diventa più di “movimento”, dove il nemico da combattere non necessariamente corrisponde ad un’entità Statale vera e propria, dove vengono colpite più delle popolazioni inermi che obiettivi militari situati in territorio nemico. Una guerra fatta dal e contro il terrorismo che, dopo più cinquant’anni, coinvolge più direttamente l’Occidente ricco perché è contro la sua cultura secolare che i professionisti del fanatismo religioso scagliano i loro anatemi. Una guerra dalla natura sfuggente perché non è dato mai sapere il come e il quando produrrà la sua dose di morte e terrore e perché più complessi ed ambigui vanno facendosi gli intrighi di potere della geopolitica mondiale. Una guerra asimmetrica perché ognuno combatte con le armi che possiede seguendo la propria strategia bellica, combattuta indistintamente in qualsiasi parte del mondo, laddove sono resi necessari e contingenti i suoi effetti destabilizzanti. Una guerra di tipo psicologico che quando non deflagra in fatti criminali si mantiene bene in vita agendo a bassa intensità, perché tutta giocata sulla percezione che si deve avere del nemico e perché molto investe sulla manipolazione dei mezzi di comunicazione di massa.

Per opera di fanatici fondamentalisti o di “bombe intelligenti”, la guerra contemporanea ha come effetto tragico immediato quello di produrre in serie vittime totalmente esterne al conflitto. Perché il suo scopo precipuo è quello di iniettare nel tessuto quotidiano un’impercettibile sensazione di paura, di generare il timore di instaurare un rapporto normale con le forme della città, diffidenza nel diverso, odi razziali, contrasti culturali, dissidi etnici. In nome di un Allah profeta dell’Islam, i cui adepti fondamentalisti riconducono tutta la complessità interpretativa alla sola componente jihadista, o per conto di un’idea di pacificazione planetaria che si vorrebbe costruire facendola combaciare ad un unico modello economico-culturale, la guerra contemporanea si arroga quasi sempre il diritto di combattersi per nome e per conto di interi popoli che sono quantomeno estranei alle logiche sotterranee che ne motivano le modalità di esecuzione.

Il fatto è che, per molti secoli, i popoli sono stati abituati a subire passivamente la guerra, arrivando a partorire nei sui riguardi un rapporto fatalistico, come di una cosa ineluttabile. Ci si sentiva in guerra per il semplice fatto che il proprio paese l’aveva dichiarata a qualcun’ altro, ma, in concreto, la combatteva solo chi era partito per il fronte, chi era in trincea a scambiarsi pallottole con il nemico. Oggi, la guerra la si subisce per quella quota che ci vede direttamente coinvolti, per il resto, rimane un punto fisso nella cultura dei popoli per il fatto che ad ognuno viene chiesto di ergersi a partigiano di un particolare stile di vita, di difenderne i valori fondativi. Quando accadono eventi come quelli di Francia, le sapienti regie mediatiche, le stesse che molti altri casi simili in giro per il mondo fanno rimanere ignominiosamente nel dimenticatoio, chiedono a tutti di trasformarsi in spettatori-combattenti, indistintamente, ognuno per quello che può e come sa, arrivando ad insinuare il ricatto morale che è da considerarsi un nemico del proprio popolo chiunque non accetti di difendere acriticamente il sistema di valori di cui è portatore.

Non può esistere motivo alcuno che possa giustificare qualsiasi attentato terroristico, rimane una barbarie da condannare senza indugi. Ma un problema, qualsiasi problema, se non viene capito per quello che realmente è, e chiamato col nome che merita, neanche si può pensare di risolverlo.

Di fronte a quanto accaduto a Parigi, il punto non è mettere in discussione la legittimità di ogni Stato sovrano di praticare la politica estera più idonea ai propri interessi nazionali, ma capire che in guerra ognuno combatte con le armi che possiede, che la violenza alimenta altra violenza, che l’uso di un linguaggio violento incattivisce gli animi, corrompe le coscienze, intorpidisce l’intelligenza.

Rispetto al crimine rivendicato dai terroristi dell’Isis, più importante di definire quante colpe ha avuto l’Occidente nel non aver saputo analizzare adeguatamente il fenomeno e nel continuare nell’abitudine di coltivare delle serpi in seno che poi, sistematicamente, gli si rivoltano contro, è prendere atto che in guerra, qualsiasi azione prodotta, risponde a delle logiche di potenza che ognuno contribuisce a porre in essere. Ognuno può decidere di schierarsi come meglio crede, ma, in ogni caso, resta il fatto inopinabile che la guerra genera morte e che la morte chiama altra morte.

Insomma, la guerra è, fosse solo perché, gli interessi economici di uno Stato, la necessità di trovare nuovi sbocchi alle capacità produttive interne, le politiche di dominio territoriale, l’accesso alle risorse ritenute strategicamente vitali per lo sviluppo economico di una nazione, sono da sempre gli elementi sufficienti volti ad offrirgli una sorta di giustificazione morale perpetuandone l’esistenza lungo tutto il corso della storia umana.

Se si vuole che la guerra non sia ciò che è sempre stata, occorrerebbe disinnescarne a monte gli effetti deflagranti che, nella fattispecie contemporanea, potrebbe significare fare in modo che questi professionisti del terrore rimangano soli con i loro deliri di onnipotenza, senza alcuna possibilità di rimpinguare le fila degli adepti facendo presa su quella massa di diseredati tenuti a debita distanza dalle ricchezze del pianeta. Il terrorismo si nutre da sempre delle contraddizioni del mondo, incarnandone la faccia più funesta.

Occorrerebbe diminuire la forbice tra nord e sud del mondo, tra chi ha tutto e pretende di avere sempre di più, e chi rimane avido di benessere.

Occorrerebbe perciò aprirsi al mondo e alla sua complessità, non rinchiudersi in se stessi e acuire paure costruite ad arte.

Detto altrimenti, un mondo il cui sistema economico che lo permea genera continue diseguaglianze economiche ed iniquità sociali, non può pretendere di essere pacificato. È come la coperta corta che non può prescindere dai suoi limiti strutturali e, quindi, mostrarsi in tutta la sua deleteria inconsistenza.

Dal mio punto di vista, occorrerebbe fare tante cose per cercare di depotenziare a monte gli effetti tragici della guerra, tutte cose dal vago sapore utopico probabilmente, ma che intanto esprimono la volontà di iniziare un processo di progressiva e più proficua umanizzazione del mondo. Volontà che qualsiasi gestore del potere non ha ancora mostrato di praticare. Perché, sia detto per inciso, i “capi del vapore”, nel pieno esercizio delle loro funzioni, hanno una fondamentale facoltà in loro possesso: quella di ricondurre l’agire politico ad un puro atto volontaristico.

Intanto che qualcosa di buono accada, di fronte alla morte gratuita di tanti innocenti, piuttosto che sparlare a vanvera e arringare le folle facendo propagandisticamente leva sull’onda emotiva del momento, e molto preferibile rimanere in silenzio per qualche giorno come segno tangibile di sentito cordoglio. Credo sia il modo più sincero per portare rispetto alle vittime francesi di questa “guerra globale”. E alla stupenda Parigi, culla di arte e bellezza, la città in cui ogni amante devoto della cultura vorrebbe vivere.

 

* Ho dolore, dolore! Mangia il tempo la vita, / e l’oscuro Nemico che ci rosicchia il cuore / col sangue che noi perdiamo cresce, si fa forte! [top]

 

Pier Paolo Pasolini il Poeta

Mi manca Pier Paolo Pasolini.

Mi mancano la sua lucidità analitica, le sue invettive anticonvenzionali, il suo sguardo poetico sulla realtà, il suo coraggio da combattente inerme. Mi mancano la gentilezza della sua voce, le sue parole dissacranti, la sua chiarezza intellettuale, la sua intelligenza viva. Mi manca la sua rabbia mai sottomessa ai compromessi di comodo, la sua intransigenza ideologica, il suo modo di proclamarsi Marxista. Mi mancano il suo saper essere “apocalittico” senza mai dare giudizi morali, il suo saper scandalizzare gli ipocriti, scuotere le intelligenze sonnacchiose. Mi manca la disarmante semplicità con cui rivolgeva la sua attenzione verso gli ultimi. Mi manca il suo umanesimo intriso di sano amore per la vita.

Si sa, per definizione, il prodotto artistico non muore mai, rimane eternamente uguale a se stesso. I libri che ha scritto Pasolini si possono trovare tranquillamente nelle librerie, così come i saggi critici a lui dedicati, i film che ha girato sono facilmente reperibili nelle videoteche, la rete poi, consente di riascoltare ogni sua intervista, rivedere ogni sua apparizione televisiva. Insomma, l’arte di Pasolini rimane una cosa presente, alla portata di chiunque, è lì, nei musei del sapere, a fungere da stimolo critico perpetuo. Ma è proprio questa consapevolezza di poter disporre a piacimento di frutti gustosi senza poterne coglierne di nuovi a farmi sentire come un orfano impertinente che, nel mentre nutre il bisogno di rifugiarsi nella sua arte, sa di non potersi fregiare più di una coscienza critica che si rinnova giorno dopo giorno.

Mi ha sempre interessato poco la figura del “martire” sacrificato sull’altare delle contraddizioni italiche, figura sapientemente costruita postuma e attraverso cui si tenta di ripulire tanta di quella coscienza sporca che, imperitura, serpeggia lungo il nostro paese. E neanche mi sono accodato mai a quanti ne hanno voluto fare un santino da esporre alle feste comandate senza, magari, conoscerne adeguatamente la poetica. A me Pasolini manca perché mi ha sempre interessato come cosa concreta e contingente, come una cosa tangibile in cui poter ricercare un punto di vista sullo stato delle cose e verso cui tendere nei momenti di massimo sconforto morale. In questi tempi contemporanei poi, attraversati da innumerevoli crisi senza facce e senza padroni, crisi dispensate a gratis che fanno tante vittime ma non hanno alcun padre riconosciuto. Spesso mi capita di dire “come dice Pasolini” e non, “come diceva Pasolini”, volgendo, cioè, il tempo verbale al presente e non al passato, perché la sua opera è tremendamente attuale e, credo, che pochi uomini di cultura possano vantare un’autorevolezza intellettuale così capace come la sua di resistere bene all’usura del tempo.

Oltre quarant’anni fa, da ateo materialista, Pasolini ha parlato di religione demistificandone la portata “divina” per ricondurla tutta al senso del sacro presente in ogni presenza del mondo; ha parlato di “genocidio culturale della civiltà contadina”, prodotto dall’insistere incipiente della società dei consumi, per mettere in guardia un intero paese che, con quel mondo culturale, oltre a perire quanto di più genuino e semplice v’era nella natura umana, si rischiava di dissipare l’ultima possibilità offerta all’uomo di riconoscere il proprio legame indissolubile con la terra, la lealtà delle sue origini, l’attenzione cosciente verso il passato. Nel bel mezzo di un’Italia inondata dal “miracolo economico”, Pasolini osservava che, le legittimi aspirazioni piccolo borghesi di migliorare la propria condizione sociale, se non sorrette da un’adeguata emancipazione etica della persona, rischiavano di trasformarsi in adesione acritica ad un modello di società di cui si conosceva solo la patina esteriore di un perbenismo ostentato; ha descritto il potere come quella forza “verticistica” che tende a “cannibalizzare” ogni agente estraneo all’idea di ordine sociale che intende imporre. Ha tuonato contro la natura omologatrice della classe borghese la quale, agendo allo scopo di svuotare di forma e contenuto ogni forma di sapere a lei alternativo, tende a generare quel vasto campo ”dell’assolutamente indifferenziato” in cui tutto diventa la diretta promanazione del suo arbitrio, il frutto di una volontà eterodiretta che domina su una massa informe. Più di quarant’anni fa, da “semplice” osservatore della realtà, Pasolini ha definito la deriva consumistica, legata al conformismo culturale imposto dalle classi sociali dominanti, soprattutto, attraverso il mezzo televisivo, come una forma di fascismo ancora più pericolosa di quella già conosciuta durante il “ventennio”. Ha mostrato la naturalezza di corpi nudi, la verità nello scandalo, per mettere a nudo l’ipocrisia reazionaria della morale borghese.

Poco mi consola sapere che, al giorno d’oggi, sono rinvenibili chiari i segni che mostrerebbero l’esattezza di molte sue analisi, e che in esse si possono trovare gli strumenti critici per meglio riflettere sullo stato delle cose. Perché, con l’assenza fisica di Pier Paolo Pasolini, quella che viene essenzialmente a mancare è la presenza di una voce illuminata che sappia ergersi contro la mediocrità imperante e il buio che avanza. A quarant’anni dalla sua tragica morte, e a circa venti da che mi sono avvicinato coscientemente alla sua arte, mi manca un intellettuale tout-court: il romanziere, l’autore di cinema, il giornalista, l’analista politico e di costume, l’eretico consapevole, il marxista anarchico, il pensatore che scuote le coscienze, l’uomo buono, la sponda sicura cui attraccare nei momenti di solitudine.

Mi manca un Poeta.

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