Sogno di una notte di mezza estate (notte lunga ortese)

È bella la vita in questa parte dell’agro.
Il carretto passava e l’uomo gridava gelati. D’estate è ancora più bella.
La terra, solleticata dal sole, trasuda profumi, essenze di fiori. I bambini giocano.
Non è Orta un posto per satrapi. Mica può accadere, qui, che qualcuno abbia con se ottanta persone su cento.
Non accadono cose di cui vergognarsi.
Mai è capitato sopra ai pollieri, alla croce santa o in qualsiasi altrove, che qualcuno comprasse il consenso di una famiglia con la promessa del lavoro o un buono spesa. Mai.
La Real Ortese, per interposta persona, dopo una estenuante trattativa segreta, ha comprato il nipote di Jairzinho.
Ieri al Teatro Comunale i bambini delle scuole hanno recitato le Ultime lettere di Jacopo Ortis.
Quando l’attore ha pronunciato “l’umanità geme al nascere di un conquistatore e non ha per conforto se non la speranza di sorridere su la sua bara”, il pubblico in sala si è alzato compatto applaudendo.
La politica è bella sotto il cielo di Orta di Atella.
Ognuno ha delle idee. E non esiste il baratto. Si salta sui carri solo alla festa del paese.
Il sole batte sempre in mezzo ai palazzi.
Le madri, e pure i padri, guidano senza scossoni i passeggini delle nuove generazioni.
La partecipazione è altissima nel punto ortese del pianeta.
Proprio ieri è sorto un Laboratorio Politico permanente.
L’altro giorno ne era sorto un altro. Ma era temporaneo.
Qua la gente sta dalla parte di chi scavalca il muro per giocare a pallone, mai dalla parte di chi tiene chiuse le porte.
Ieri la Real Ortese ha vinto la Champions League contro la Juventus con un gol in fuorigioco del nipote di Jairzinho.
Mai qui si è udito il clangore degli schiavettoni.
Qui noi siamo felici. Poi mi sono svegliato.

Il calcio come una rivoluzione

Jongbloed Suurbier Rijsbergen, Haan Krol Jansen Van Hanegem Neeskens, Rep Cruijff Rensenbrink. Nessuna squadra ha impresso il suo marchio rivoluzionario alla storia del gioco del calcio quanto questa. Forse solo un’altra: Grosics Buzanski Lantos, Bozsik Lorant Zakarias Budai, Kocsis Hidegkuti Puskas Csibor. Due squadre che hanno cambiato il corso della storia, Ungheria 1952 e Olanda 1974.  L’Aranycsapat e l’Arancia Meccanica, Gustzav Sebes e Rinus Michels, Ferenc Puskas e Johan Cruijff. Entrambe incompiute, nel senso di non aver vinto la Coppa del Mondo pur essendo le squadre più forti delle rispettive epoche, ma entrambe terribilmente belle.

La leggenda dell’Aranycsapat si snodò attraverso sublimi dimostrazioni di calcio su ogni campo. Tra il 14 maggio 1950 (sconfitta in Austria per 3-5) e il luglio 1954 (sconfitta nella finale del Mondiale a opera dei tedeschi, 2-3), collezionò 29 vittorie e 3 pareggi su 32 partite con 143 gol fatti e 33 subiti. La stella della squadra era Puskas, ma Gustzav Sebes rivoluzionò lo stato di cose presente spostando Nandor Hidekguti dall’ala (dove giocava con ottimi risultati nell’MTK Budapest) al centro dell’attacco, centravanti arretrato, falso nueve si direbbe oggi. Non più il fromboliere statico d’area di rigore ma un formidabile apriscatole che, attraverso il “movimento organizzato” apriva le porte dell’area di rigore avversaria a Puskas, Kocsis e testina d’oro Csibor. Il mosaico di Sebes, che conteneva il germe di quello che poi sarebbe stato il calcio totale di Michels, prese corpo a poco a poco incantando il mondo alle Olimpiadi di Helsinki del 1952. Vittorio Pozzo commentò nell’occasione di non aver mai visto un calcio così spettacolare e la rivista tedesca “Kicker” scrisse che novanta minuti erano troppo pochi per un football così meraviglioso.

Vent’anni dopo dispiegava la sua forza dirompente l’Arancia Meccanica di Rinus Michels, quella del calcio totale, quella capace di incantare ed incapace di vincere le due finali mondiali del !974 e del 1978. Come l’Ungheria di Sebes, anche l’Olanda di Michels poteva contare su una struttura consolidata di calciatori sopra la media; Honved e MTK Budapest erano l’architrave dell’Aranycsapat, l’Ajax e il Feyenoord lo erano dell’Arancia Meccanica. La differenza era che mentre Sebes iniziò la sua rivoluzione in nazionale, Michels utilizzò proprio l’Ajax come luogo della sperimentazione. E che sperimentazione. A differenza dell’Olanda, infatti, l’Ajax fece incetta di trofei, nazionali e soprattutto internazionali, vincendo tre coppe dei campioni consecutive battendo nelle tre finali, dal ‘71 al ‘73 il Panathinaikos allenato proprio da Ferenc Puskas, l’Inter con due gol di Cruijff nonostante la marcatura di Oriali e la Juventus con la rete di Rep.

Cruijff, nonostante i piedi a papera e le caviglie fragili che gli avevano fatto saltare il militare, tanto nell’Ajax quanto nell’Olanda divenne l’emblema del calcio totale, vale a dire di quel sistema di gioco in cui un calciatore che si sposta dalla propria iniziale posizione è sostituito prontamente da un compagno, consentendo in tal modo alla squadra di mantenere una disposizione di gioco compatta ed efficace. In questo sistema fluido, nessun calciatore ha un ruolo fisso. Non l’anarchia, ma la perfetta combinazione tra il massimo grado di creatività e la necessaria esistenza dell’ordine, di una mappa di regole e valori strutturata ed organica. Un equilibrio che ha consegnato l’utopia di Michels alla storia del calcio, ma se vogliamo, in un certo senso, alla storia del cambiamento sociale. Interessante a questo proposito la teoria emersa qualche anno fa che ha voluto cogliere un legame tra la rivoluzione calcistica di Michels (che non era limitata al rettangolo di gioco ma investiva anche lo stile di vita dei giocatori, più libero e meno legato alle convenzioni sociali del periodo) e quella socio-culturale che in quegli anni il movimento dei Provo (dal francese provocateur) si proponeva di portare in Olanda. I Provo erano un gruppo anarco-surrealista che auspicava il rovesciamento delle istituzioni dell’epoca, reazionarie e repressive. Durarono poco, ma gettarono il germe di una certa “mentalità progressista” che poi ha attecchito successivamente. I Provo e l’Ajax, in particolare Cruijff, accomunati dunque dalla volontà di cambiare, ognuno nel suo campo d’azione, lo stato di cose presente. “La grande lezione che Johan Cruijff ci ha dato” scrisse il giornalista olandese Hubert Smeets (e lo riporta Alec Cordolcini in una sua pubblicazione sul calcio olandese), “è che nello sport, per raggiungere un obiettivo, è necessario combinare individualismo e collettivismo. In un certo senso è quello che predicavano i Provo negli anni sessanta riguardo la vita sociale. Poi però si sono persi: il collettivismo è sfociato nel comunismo, l’individualismo nell’edonismo. Solo Johan Cruijff è stato capace di bilanciare al meglio le due cose”.

Il calcio totale, verbo di Rinus Michels vedeva dunque in Cruijff il direttore sul campo. Fondamentali per la sua applicazione erano i concetti di spazio e creazione dello spazio. Bene ha spiegato la filosofia di Michels e soprattutto il ruolo centrale che dentro di essa aveva Cruijff il difensore dell’Ajax Barry Hulshoff:

“Discutevamo di spazio per tutto il tempo. Cruijff spiegava sempre dove i compagni avrebbero dovuto correre, dove rimanere fermi, dove non si sarebbero dovuti muovere. Si trattava di creare spazio ed entrare nello spazio. È una sorta di architettura sul campo. Parlavamo sempre di velocità della palla, spazio e tempo. Dove c’è più spazio? Dov’è il calciatore che ha più tempo a disposizione? È lì che dobbiamo giocare il pallone. Ogni giocatore doveva capire l’intera geometria di tutto il campo e il sistema nel suo complesso”.

 

Nel meccanismo quasi perfetto ideato da Michels, che chiaramente rivoluzionava i tradizionali concetti di gioco sui quali il calcio europeo fondava le sue certezze, Cruijff rappresentava il genio, il talento che sublimava il gioco collettivo, quella goccia di splendore che rubava l’occhio e consentiva di intravedere possibilità nuove, di vedere il gioco del calcio da un’altra prospettiva. Certo, l’Ajax e l’Olanda, come anni prima l’Ungheria di Sebes, erano squadre composte da grandi giocatori, ma è indiscutibile che le prime senza Cruijff, la seconda senza Puskas non sarebbero state la stessa cosa.

La genialità del singolo dentro lo spettacolo di un’idea di gioco totale, collettiva, dunque. Gianni Brera defini Cruijff “il Pelè bianco”; per tutti è stato il “profeta del gol”, ed in questa definizione risiede in un certo senso l’unicità del fuoriclasse. Si, perché sebbene giocasse da attaccante (prima di indossare, eternamente, il 14, aveva il 9 che poi prese nuovamente al Barcellona) Cruijff non può essere assimilato al centravanti classico e tantomeno ad una seconda punta che gioca in appoggio alla punta centrale, nonostante ciò i suoi numeri fanno impressione: 271 reti in 369 presenze con l’Ajax, 85 in 227 col Barcellona e 33 in 48 con l’Olanda.

Calciatore totale nel calcio totale, Cruijff possedeva tutto: tecnica, velocità, cambio di passo, personalità, carisma, capacità realizzativa ed un gesto tecnico, l’Het Cruijff Draai – la giravolta di Cruijff, vale a dire quella torsione su sé stesso, un’inversione di 180° effettuata toccando il pallone con l’interno del piede – che ha segnato un’epoca. il centrocampista svedese Jan Olsson, che marcò Cruijff durante il campionato mondiale di calcio del 1974 e subì la giravolta, affermò a tal proposito:

“Ho giocato per 18 anni nel calcio di alto livello e per diciassette volte con la nazionale svedese, ma quel momento contro Cruijff fu il momento di cui vado più fiero in tutta la mia carriera. Pensavo che avrei sicuramente recuperato il pallone, ma lui si prese gioco di me. Non mi sentii umiliato. Non avevo possibilità. Cruijff era un genio”. Uno stato d’animo simile a quello dello scozzese Gemmell, il quale dopo Scozia – Irlanda del Nord ad inizio anni ’70 raccontò a proposito della marcatura su George Best: “Non riuscivo nemmeno ad avvicinarmi. Era come provare a catturare il vento. Ho cercato di fare ostruzione col corpo. Di farlo inciampare. Di prenderlo a calci. Non funzionava niente”.

Johan Cruijff e George Best appartengono alla stessa categoria, quella dei geni. Hanno rappresentato quanto di meglio il calcio europeo ha saputo produrre in tutta la sua storia. Genio e sregolatezza, molto più per Best a dire il vero, capacità di indurre al sogno e di superare il perimetro del rettangolo di gioco creando una prosecuzione della realtà attraverso l’induzione all’immaginazione. Chi ha visto giocare Cruijff e Best iniziava la partita svariate ore prima del fischio d’inizio, nell’immaginazione di quello che sarebbe potuto essere. Quanti ne scarterà Cruijff? Quanti tunnel farà Best? Proprio un tunnel lega i due geni: dopo aver fatto passare la palla sotto le gambe dell’olandese in Irlanda del Nord – Olanda del ‘76, Best gli disse: “tu sei il migliore al mondo, ma solo perché io non ho tempo”. Cruijff, da par suo, e in maniera più pragmatica, individuava nel matrimonio una spiegazione alla sua superiorità: “Non credo che ai nostri livelli sia meglio essere scapoli. Guardate George Best, è la dimostrazione che non puoi farcela senza una donna. Vai a farti una bevuta in un bar e sei circondato da gente che ti ama, ma lo fa perché sei famoso. Poi, una volta chiusa la porta di casa, senza una moglie e una famiglia resti solo con i tuoi problemi”. Tre volte Pallone d’Oro Cruijff, una volta Best; tre Coppa dei Campioni Cruijff, una Best. Best ne soffriva.

Non la sregolatezza di Best, ma un carattere fumantino quello sì, lo aveva anche Cruijff. Fu quello a portarlo al Barcellona. Dopo la terza Coppa dei Campioni, vinta da capitano nel 1973, al tramonto dell’epoca di Michels all’Ajax, lo spogliatoio decise che il capitano sarebbe stato eletto. All’Hotel De Lutte ci fu dunque una votazione e dall’urna non uscì il favorito Johan Cruijff bensì Piet Keizer. Il messaggio appare chiaro: Cruijff è il simbolo dell’Ajax ma non il leader dello spogliatoio. È la rottura, Cruijff chiama il suocero: “Telefona a Barcellona, io da qui me ne vado”. Categorico.

E a Barcellona inizia un’altra epopea, prima da giocatore poi da allenatore. I tifosi azulgrana lo ribattezzano “El Salvador”, ma oltre al campo, incide profondamente anche sul piano politico diventando il simbolo della resistenza anti-franchista. Arrivato in Catalogna dopo una lunga “guerra” tra Real Madrid e Barcellona, Cruijff non ebbe remore a dichiarare di aver scelto il Barcellona e non il Real perché mai avrebbe potuto giocare per una squadra associata a Francisco Franco. Nella memoria dei tifosi restano un 5-0 inflitto al Bernabeu all’odiato Real, un gol con una rovesciata di tacco quasi dalla linea di fondo contro l’Atletico, una Coppa di Spagna e una Liga spagnola da giocatore (dopo dodici anni di astinenza), quattro Liga, quattro Supercoppe di Spagna, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea da allenatore. Tuttavia più importante di tutto questo per i tifosi del Barcellona, è stata la scelta di chiamare il terzo figlio Jordi, in un’epoca in cui l’uso della lingua catalana era proibita dal regime spagnolo.

Johan Cruijff ha segnato un’epoca, anzi ha segnato in profondità la storia del gioco del calcio.

Morto un Johan Cruijff non se ne fa un altro. Il giocatore di calcio che, insieme a George Best e appena dietro a Diego Armando Maradona, ha rappresentato meglio la dimensione sublime, quasi metafisica, del calcio.

Cruijff sta al calcio come Marx sta alla filosofia, come Picasso alla pittura, come Mozart alla musica.

Tra mille anni se parlerà come fosse oggi.

Breve ma accorata lettera agli ortesi

Quante ve ne hanno dette, e quante ve ne hanno fatte!

La storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa. Orta fa eccezione. Vi hanno spiegato che la Storia si ripete ogni volta come fosse la prima, in un’eterna coazione a ripetere.

Quante ve ne hanno dette.

Vi hanno raccontato della capacità che avevano di trasformare in oro qualunque cosa toccassero, novelli Re Mida.

Ma a Orta l’oro è cemento armato e può capitare di girare nelle nuove strade della nuova città senza vedere la luce del sole.

Vi hanno raccontato della Primavera ortese, ma Orta non è Praga e la primavera è diventata un lungo inverno bulgaro. Vi hanno raccontato che ognuno avrebbe pensato con la propria testa ma invece è tutto un pullulare di vassalli e cortigiani.

Vi hanno raccontato la favola dello sviluppo, della crescita per tutti, vi hanno raccontato di cinema e teatri, del Polo Scolastico ma poi si sono ingrossate la pancia e le tasche degli amici degli amici, e la favola è diventata un’incubo.

Ve ne hanno raccontate tante.

Ma ve ne racconteranno ancora.

Vi racconteranno che questa volta sì, è la volta buona. Che le sorti della vostra città saranno magnifiche e progressive; che tutti avranno modo di investire i loro risparmi nel furore dell’età dell’oro ortese… ah… no, anche questo ve lo hanno già raccontato.

Vi racconteranno allora che non c’è più la destra, e soprattutto che non c’è più la sinistra; che non c’è più bisogno delle ideologie perché tutti insieme ce la possiamo fare, ma sono gli stessi che vi chiederanno di scordarvi del passato perché, si sa, il passato è una terra straniera.

Verranno a chiedervi del vostro amore.

Rispondetegli che si chiama LIBERTÀ.

La dimenticanza

Per carità, non bastano le lacrime che abbiamo per piangere gli uomini e le donne morte nell’abominio parigino. Troppo spesso ci diciamo che “non dobbiamo dimenticare”. Tuttavia l’esercizio della dimenticanza è pratica in cui eccelliamo in questo nostro occidente opulento e abominevole.

Pare quasi che il tempo sia ridotto all’istante in cui le cose accadono, pare quasi che la storia perda profondità e si manifesti esclusivamente nel presente, nel mentre le cose accadono. Eppure quello che accade sempre contiene delle domande e spesso è frutto delle risposte.

Allora possiamo capire quello che accade oggi, qui e ora, se dimentichiamo? Possiamo lasciarci andare al tumulto delle sensazioni come fossimo nati oggi e solo oggi conoscessimo l’orrore? Possiamo pensare che quell’orrore lo abbiamo subito e che mai lo abbiamo creato? Possiamo scadere nella rappresentazione bestiale che getta odio nell’odio a riempire il calderone?

No! Per essere conseguenti dovremmo interrogare il passato per cercare di comprendere il presente e costruire brandelli di futuro.

Dovremmo “non dimenticare”. Non dimenticare che il terrore è pratica che l’Occidente conosce bene, da Hiroshima e Nagasaki per restringere il tempo alla contemporaneità; che troppo spesso abbiamo usato la geometria variabile dell’interesse brandendo la spada con una mano e fingendo la democrazia con l’altra.

Troppo spesso abbiamo considerato le morti, morti nostre o morti loro.
In questo secondo caso ce ne siamo allegramente fottuti. E continuiamo a farlo.

La storia insegna ma non ha scolari, diceva Antonio Gramsci. Appunto.
Il globo diviso in etnie, in razze, in colori, in religioni, in classi, ma questo non si puó dire. Da una parte peró c’è chi sfrutta, depreda e accumula, dall’altra chi accumula si, ma l’odio, il rancore, la vendetta.

Sicuri di essere dalla parte buona del mondo, abbiamo esportato le nostre ragioni e i nostri conti in banca a suon di cannoni, di proiettili, di grappoli di bombe.

Abbiamo seminato morte, corpi straziati, lamenti di bambini e di chi è rimasto.

Fumanti ancora sono i campi afghani e iracheni, quelli libici, siriani e di qualche altro altrove. Li abbiamo seminati a sangue.

Davvero abbiamo creduto che mai ne venisse una reazione opposta e contraria? Davvero abbiamo creduto che qualcuno, in quelle terre, credesse che ci importasse più degli esseri umani che dei pozzi di oro nero? Che il problema per noi fosse un Saddam in più o un Gheddafi in meno, dopo averli blanditi, foraggiati e applauditi quando non servivano bombe per fare affari, perchè il denaro, si sa, è il comune feticcio di tutti gli uomini?

È poi? E poi la Palestina.

Luogo di martirio, terra umiliata e offesa in nome di Dio. Ah, se Dio scendesse in terra a dire: “non esisto!”

Tutti i giorni, ogni giorno esercitiamo la dimenticanza e gli altri, quelli buoni per tutte le stagioni, esercitano la menzogna a tutto spiano, la realtà mutilata, sfregiata.

La Palestina ridotta a striscia, brandello di terra. Muri, muri, muri. Spiragli nei muri. Blocchi. No, no, no, non puoi camminare nella tua terra.

I coloni. Ma chi sono, i coloni?

I coloni colonizzano?

E cosa si colonizza? La terra propria o la terra altrui?

E noi dividiamo il giusto dall’ingiusto?

Non sono morti nostri quelli che come mosche cadono con una pietra in mano nella Striscia di Gaza o in Cisgiordania?

Facciamo fatica a chiamarlo genocidio per esorcizzare le nostre colpe, come se evitando la durezza della parola scomparisse il contenuto, il senso, il fatto.

Invece non scompare nulla, non scompaiono le strade lastricate di sangue, i morti bambini alla fermata del tram, quel lembo di terra rimasto di una terra che era grande, qualche anno fa.

E allora fermiamoci. Piangiamo pure, ma in silenzio.

Quando non siamo capaci di parole o non abbiamo il coraggio delle parole che andrebbero dette allora dobbiamo tacere.

Restiamo umani, diceva il poeta. Non dimentichiamo, dico io.

Che poi è la stessa cosa.

El rey del metro cuadrado

Storia di Carlos Caszely e Salvador Allende. E della dignità.

Il Cile è un paese dalla strana geografia. È il più lungo e il più stretto del pianeta. Dalle Ande all’oceano il passo è breve. È un paese di storie grandi e di grandi passioni, è la terra che ha dato i natali a Nicanor Parra, a Gabriela Mistral e Pablo Neruda, terra di poeti dunque. A Valparaiso è nato Salvador Allende, primo marxista eletto democraticamente nella storia del genere umano.

Ma in Cile è nato anche Carlos Humberto Caszely, giocatore di futbol, el rey del metro cuadrado, tanto era implacabile nell’area di porta avversaria.

Nel 1970, aveva vent’anni, giocava e faceva gol nel Colo Colo, la squadra più prestigiosa del Cile. E votava per la Unidad Popular, la coalizione che includeva comunisti, socialisti e forze progressiste e che sosteneva Salvador Allende alla presidenza del Cile.

Allende vinse. El pueblo unido jamas serà vencido cantavano gli Inti Illimani. Caszely era un uomo del popolo, aveva vinto anche lui.

Era pericoloso Salvador Allende. Faceva paura. Perché mirava si a trasformare la società cilena, a “fare il socialismo”, ma prima ancora mirava a creare un uomo nuovo, che prendesse coscienza delle proprie potenzialità e liberasse la sua creatività, che si spogliasse di quella stupidità data dal vivere per avere o per guadagnare, perché si vive semplicemente per vivere, come la farfalla vola senza sapere di volare e il bambino gioca senza sapere di giocare. E cercava di farlo senza importare modelli precostituiti, né quello sovietico, né quello cubano. Quando Ernesto Guevara gli regalò il suo libro La guerra di guerriglia, scrisse nella dedica: “A Salvador Allende, che con altri mezzi cerca di ottenere la stessa cosa”.

Pablo Neruda diceva che Allende era un poeta, “el poeta eres tù” gli diceva. In effetti era così. Come un poeta, Allende sognava, e nel tradurre il sogno coinvolgeva migliaia di cileni che, insieme a lui, andavano a fissare lo sguardo un po’ più in là, quasi a voler indovinare un altro mondo possibile.

Faceva paura Salvador Allende. Per questo Augusto Pinochet, la mattina dell’11 settembre 1973, salvò la democrazia cilena. Assassinandola.

Tutto torno al suo posto. Nella città di Santiago lo stadio venne trasformato in mattatoio. Migliaia di prigionieri, stipati sulle tribune, attendevano che si decidesse il loro destino. Devastarono case e circoli i salvatori della patria. Bruciarono i libri.

I soldati strappavano i pantaloni alle donne gridando che in Cile le donne dovevano portare abiti femminili. I poveri tornarono ad essere poveri, come sempre.

A Washington il lavoro svolto fu molto apprezzato: “Negli Stati Uniti, come lei sa, signor Pinochet, siamo favorevoli a ciò che sta facendo. Esprimiamo al suo governo i nostri migliori auguri”. Henry Kissinger, insignito del Premio Nobel per la pace, battezzava la “ritrovata” democrazia cilena in nome degli Stati Uniti d’America. D’altronde proprio non poteva accettare che “un paese diventasse comunista per l’irresponsabilità del proprio popolo”.

In diciassette anni, migliaia di cileni sono morti sotto Pinochet. Più di 1.100 sono “desaparecidos”. Numerose altre migliaia hanno subito la tortura, il carcere o l’esilio. Un patrimonio secolare di conquiste sociali e democratiche è stato sanguinosamente disperso in un rapido volgere di tempo, e al suo posto è stato edificato un nuovo ordine, rigorosamente capitalistico.

In quel 1973 Carlos Caszely continuava a fare gol, era il suo mestiere, il punto finale del suo pensiero. Era il padrone del metro cuadrado. Viveva per buttare dentro il pallone. Regalava la gioia (ma anche la disperazione). D’altra parte scriveva bene Eduardo Galeano: “Il gol, anche se è un golletto, risulta sempre un goooooooooooool nella gola dei radiocronisti, un “do di petto” capace di lasciare Caruso muto per sempre, e la folla delira, e lo stadio dimentica di essere di cemento e si stacca dalla terra librandosi nell’aria”.  Faceva gol Carlos Caszely, ma non rinunciava ad esprimere le sue idee ed anzi si impegnava in prima persona perché prevalessero le ragioni dell’uguaglianza e della libertà dal bisogno. Nelle elezioni del marzo, infatti, sostenne apertamente Gladys Marin e Volodia Teitelboim, candidati del Partito Comunista e contribuì, di fatto, ad uno straordinario risultato della Unidad Popular che, addirittura, a pochi mesi dal golpe e tre anni dopo il trionfo di Allende vedeva aumentare il proprio consenso tra i cileni. Ma il golpe spezzò il sogno.

Caszely firmò per il Levante, nella seconda divisione spagnola, perché in Cile ormai, non c’era più posto per lui, Carlos “il rosso”. Ma pensò che non poteva lasciare il Cile senza prima dare pubblicamente un segno di cosa pensava di Pinochet, doveva fargli uno sgarbo. E l’occasione si presentò quando il dittatore ricevette la Nazionale cilena prima che partisse per Mosca, dove si sarebbe giocata l’andata di una delle qualificazioni al Mondiale più politicizzate della storia. “Pinochet non era stupido, già sapeva che non l’avrei salutato”, raccontò Caszely qualche anno dopo. “Così camminò davanti alla squadra, e tutti gli diedero la mano, ma io rimasi con le mie dietro la schiena. Passò oltre e sorrise a mezza bocca”. Il Cile strappò un eroico 0-0 allo Stadio Lenin e doveva giocarsi l’accesso al Mondiale nella partita di ritorno, allo Stadio Nacional il 21 novembre 1973. In quello stesso stadio, fino ad un mese prima, i militari avevano torturato e ucciso Victor Jara e insieme a lui centinaia di comunisti, socialisti, studenti e militanti.

I sovietici, anche per questo, chiesero che la partita si giocasse in campo neutro, ma la Fifa si oppose e dunque non si presentarono a Santiago. Pinochet però organizzò un simulacro di partita in cui i calciatori cileni giocarono senza rivali e segnarono un gol a porta vuota. Tra loro c’era anche Caszely, stavolta rosso di vergogna. Non se lo perdonò mai, e insieme a lui il suo compagno Hector “Chamaco” Valdés, capitano della nazionale cilena, che proprio dallo Stadio Nacional, due settimane prima di quell’incontro mai giocato, era riuscito a tirar fuori, dopo giorni di torture, Hugo “Chueco” Lepe, ex difensore del Colo Colo, poi impiegato al Ministero delle Opere Pubbliche nel governo Allende e dunque arrestato.

Parti per la Spagna, dunque. Giocò nel Levante e nell’Espanyol. E fece gol, come sempre. Tornò nel ’78, sempre al Colo Colo, sempre rey del metro cuadrado. Tuttavia era ormai il nemico giurato dei militari per cui la sua carriera in Nazionale fu sempre contrastata. Per andare al Mondiale del ’74, Caszely dovette pagarsi il biglietto aereo e fu letteralmente annichilito dai media cileni, praticamente tutti schierati con i militari, in particolare da El Mercurio, quando venne espulso nella partita con la Germania Ovest. In quella partita fu preso a calci senza soluzione di continuità da Berti Vogts (che quattro anni più tardi si chiedeva cosa non andasse nell’Argentina dei militari e dei desaparecidos) fin quando non reagì e venne espulso. Ostracismo che continuò anche dopo che, nel 1979, venne eletto miglior giocatore della Coppa America che il Cile perse in finale contro il Paraguay.

La sua partita d’addio, che il Colo Colo giocò il 12 ottobre 1985 contro una squadra di stelle sudamericane accorse a rendergli omaggio, si trasformò in un atto politico contro la dittatura cilena.

Caszely non perse mai la speranza che potesse tornare la democrazia nel suo paese. Sapeva, in cuor suo, che il sogno della Unidad Popular, di Salvador Allende e Pablo Neruda non sarebbe più tornato, che quel treno, che passa una sola volta nella storia di un paese, ormai il Cile lo aveva perso. Ma doveva fare qualcosa, trovare il momento giusto e mischiarsi col suo popolo per abbattere il tiranno.

E il momento arrivò nel 1988, quando Caszely si impegnò nella campagna per il referendum concordato tra i militari e l’opposizione, attraverso il quale i cileni avrebbero deciso se mantenere al potere Pinochet fino al 1997 o se aprire un processo democratico. E lo fece rivelando ai cileni le torture e le violenze che aveva subito dieci anni prima sua madre, Olga Garrido, con la quale comparve più volte in televisione a raccontare quello a cui troppi cileni, dopo sedici anni di dittatura, si erano ormai assuefatti.

Il NO trionfò in quei giorni furenti e belli narrati così bene da Pablo Larrain. Furono i giorni dell’arcobaleno. E Caszely si tolse un peso. Pensò a Salvador Allende. Lo fa spesso.

Potè tornare a sentirsi orgoglioso del suo paese.

Lei, sempre con la sua cravatta rossa. Non se ne separa mai” gli disse un giorno Pinochet. “E’ vero, la porto sempre accanto al cuore” gli rispose Caszely. “Io gliela taglierei quella cravatta” sorrise in maniera macabra il dittatore facendo il gesto delle forbici.

No, non gliel’ha tagliata.

Quella cravatta rossa, Carlos Caszely el rey del metro cuadrado, la porta ancora.

Accanto al cuore.

Come cosa bellissima

Ciao Pietro. E grazie per averci insegnato a praticare il dubbio.

«Non sarei sincero se dicessi a voi che sono rimasto persuaso». Con queste parole, Pietro Ingrao, rivendicava il diritto al dissenso al XI Congresso del Partito Comunista Italiano, nel 1966. Ha sempre praticato il dubbio, Pietro, e lo rivendicava come sua principale virtù. Fu comunista atipico, eretico, ma aveva una concezione quasi sacra del Partito, “lo strumento”, e dunque non praticò mai lo scisma.

Aveva la capacità di uscire dalle stanze di Botteghe Oscure e di stare tra le persone, con gli operai e con i giovani, verso cui aveva sempre grande attenzione. Fu icona, tra anni 70 e 80, di quelli, giovani e meno giovani, che individuarono in lui la speranza che il PCI potesse rinnovarsi, e innovarsi. Seppe sempre stabilire, per dirla con Gramsci, una “connessione sentimentale” con il suo popolo. Fu partigiano, direttore de L’Unità, deputato, Presidente della Camera. Amava il cinema e la poesia, che pure praticò nel tempo lasciatogli dalla politica.

Voleva la luna, Pietro Ingrao. Era un’inclinazione, un anelito. Nei tempi magri che viviamo è questa la sua lezione: pensare alla politica come ad una inclinazione, un anelito di trasformazione e non a gestione, amministrazione di ciò che esiste. Aveva molti rimpianti, Pietro. Primo fra tutti l’aver firmato l’editoriale de L’Unità nel quale, in quell’indimenticabile 1956, scriveva “Da una parte della barricata. A difesa del socialismo” in difesa dell’invasione sovietica dell’Ungheria. Non se la sarebbe mai perdonata. O ripensando all’espulsione dei compagni del Manifesto, del quale era considerato una sorta di padre putativo. Con loro mantenne poi un rapporto molto fecondo, con i vari Lucio Magri, Rossana Rossanda, Luciana Castellina, Luigi Pintor, che continuarono a vederlo come un riferimento, politico ed intellettuale.

Aveva, negli ultimi anni della sua vita centenaria, l’assillo dei giovani. Continuamente li ha invitati a non chiudersi nel disinteresse, ad interessarsi, a partecipare, perché in fondo lui ha sempre pensato che la politica fosse una cosa bellissima e non qualcosa da cui tenersi alla larga. Il suo era un invito e al tempo stesso una speranza: «Il mondo è cambiato, ma il tempo delle rivolte non è sopito: rinasce ogni giorno sotto nuove forme. Decidi tu quanto lasciarti interrogare dalle rivolte e dalle passioni del mio tempo, quanto vorrai accantonare, quanto portare con te nel futuro».

Noi, che cerchiamo quotidianamente uno spiraglio, le forme possibili per incidere e trasformare l’esistente, ti portiamo con noi, caro Pietro, nella testa e nel cuore.

Ti teniamo in serbo come cosa bellissima.