Perché NO

Come Guernica. Se ti metti sotto sotto a guardarlo, magari scopri dettagli, ma non capisci. La prima volta che sono andato al Museo Reina Sofia di Madrid a guardare il quadro di Pablo Picasso ho pensato che c’era poco spazio: non si riusciva a stare alla giusta distanza per vedere e capire l’insieme. Magari il ricordo è falsato, ma il concetto è quello: ci vuole spazio.

La Costituzione è come Guernica, la devi guardare da lontano per pesare bene tutti gli elementi, per capire. Bisogna mettersi lontano dalle urgenze contingenti, dalle beghe dell’oggi. Fare uno sforzo: guardarla dal futuro ad esempio. Pensare alle possibilità remote più che alle probabilità prossime.

L’assoluta mancanza di questa giusta distanza rende il dibattito sul referendum costituzionale veramente misero, asfittico. Tutto piegato sulle “convenienze”, sull’ottuso pragmatismo che è la cifra ultima dell’agire politico odierno. Anche gli interventi che appaiono vagamente lungimiranti non vanno oltre il dopodomani. Gli articoli di alcuni giornali stranieri (Financial Times in testa), infine, travisano la faccenda: se passa la riforma si evita la recessione, scrivono gli inglesi. La “stabilità” politica, garantita dalla vittoria di Renzi e Boschi nella battaglia referendaria, sarebbe la condizione per realizzare le riforme che “l’Europa attende”. Dei possibili scenari ipotizzati per il dopo referendum da New york times e Wall street journal (si vedano gli articoli di ferragosto 2016 in particolare) nessuno è diretta conseguenza dei nuovi assetti costituzionali ma degli effetti collaterali degli esiti della competizione referendaria; insomma anche i commentatori stranieri stanno con il naso schiacciato sull’oggi. Il sottotesto dei ragionamenti che ascoltiamo, non suscettibile di verifica, è che il benessere economico-sociale del popolo europeo sarebbe garantito (solo) dalle riforme indicate come necessarie da questo luogo politico virtuale conosciuto col nome di “Europa”: se Renzi perde non riuscirà a fare le riforme anche se rimane in carica il suo governo. Dov’è la riflessione sui contenuti della legge di revisione costituzionale?

Se poi volessimo approfondire l’assunto stabilità *uguale *buone riforme, scopriremmo che in Italia molte delle leggi migliori, quelle che hanno inciso veramente e in positivo sulle vite delle persone, sono state prodotte in momenti di grande instabilità: statuto dei lavoratori, sistema sanitario nazionale, chiusura dei manicomi, equo canone e tutta la legislazione sull’edilizia popolare. Per non parlare delle leggi veramente “buone” sulla scuola e cioè le 150 ore, il tempo pieno, la scuola media unica, l’integrazione degli alunni disabili e via dicendo. Senza pretendere di stabilire nessi di causalità, si tratta di norme prodotte da parlamenti altamente frammentati (eletti fra l’altro in regime di proporzionale pura) e governi che duravano in media un anno.

Questo referendum offrirebbe un’occasione: aprire una discussione vera su un vocabolario politico che appare dato e immutabile, non verificabile, non rinunciabile. Semplificazione, governabilità, flessibilità, cambiamento: questi feticci, se sbrogliati dalla pappa mediatica che li avvolge, mettono davvero tutti d’accordo? Ci sono, ci vorrebbero convincere, termini sui quali non è ammessa sfida.

Il referendum, senza che questo effetto sia stato lontanamente voluto promotori della riforma, potrebbe produrre una sana operazione di ecologia del linguaggio pubblico o, più rudemente, un posizionamento politico vero sulle questioni centrali della democrazia.

Vediamo.

Semplificazione

La semplificazione è un ideale fascista. La questione centrale, la domanda che pone il referendum costituzionale, in ultimissima analisi, è: “come si prendono le decisioni pubbliche in una democrazia?”. Il chi decide mischiato al come si decide. Per l’attuale presidente del Consiglio la migliore decisione è quella veloce. Il *gap *tra la rapidità delle dinamiche sociali e la capacità di reazione delle istituzioni è troppo ampio, si dice. Causa di questo *gap *è la farraginosità (altro termine molto quotato) del sistema. Per questo bisogna semplificare: per essere al servizio di una realtà complessa e in mutamento, si dice. Velocità, insomma.

In realtà la semplificazione ha due anime: la velocità e la decisionalità. La prima viene usata, mediaticamente, per accaparrarsi la seconda. Come in tutte le pubblicità ciò che si comunica raramente ha a che fare con il prodotto che si vuole vendere. Cosa vuole vendere Renzi?

Il sogno di ogni potere: il “silenzio” degli altri. L’assolutezza.

La *decisionalità *è un ferro vecchio, un pericoloso ferro vecchio. In molti hanno richiamato il precedente storico dell’approvazione della legge Acerbo (la legge elettorale del 1923 che, voluta dai fascisti e “tollerata” da molti liberali, permise la presa del potere in maniera legale da parte del futuro duce). In effetti quella legge fu preceduta da un dibattito che se non è proprio sovrapponibile ha molte somiglianze con quello odierno. Insomma: le opposizioni ostative, uscire dal pantano, governo autorevole, forte, fortissimo. Farina del sacco di Benito Mussolini. Che ancora oggi imbianca le parole di molti.

Non siamo alla vigilia del fascismo: sarebbe tutto, tragicamente, più “chiaro”. Ma siamo ad una rottura. Semplificazione non è semplicità (“per un’Italia più semplice” è uno degli slogan dei fautori del sì). Provocatoriamente: il sistema politico massimamente semplificato è la monarchia assoluta. Uno decide tutti gli altri obbediscono: velocissimo. La storia del costituzionalismo moderno è la storia della progressiva compressione dei poteri del sovrano e l’invenzione di strumenti e procedure per bilanciare questo potere. L’approdo è la consegna della sovranità al popolo. Le procedure che, per i fautori del sì vanno semplificate, in molti casi sono quelle che, ad avviso di molti, sostanziano la democrazia.

Governabilità

La governabilità è la sorella maggiore della semplificazione. Indiscutibile, altèra, ammanta di sé ogni discorso: governabilità è bene, anarchia il suo contrario. Si vota per assicurare governabilità, si fanno accordi politicamente funambolici, indecenti a volte, si fanno leggi elettorali per essa.

In verità nel binomio rappresentanza/governabilità il prius, il precedente logico è la rappresentanza: si vota per essere rappresentati, si elegge il parlamento (non il governo, almeno nel nostro sistema), si deve assicurare la possibilità di governare a chi rappresenta la maggioranza dei cittadini. Ma la maggioranza ci deve essere. Governabilità senza rappresentanza (o con un simulacro di rappresentanza) non è democrazia.

La governabilità non è un ferro vecchio: entra nel nostro dire politico (e nelle nostre leggi) ad inizio anni Novanta. É un ferro giovane. Trasforma i sistemi politici contestualmente all’imporsi, sul piano economico-sociale, delle politiche di stampo neoliberista. E non è, assolutamente, un caso. Nella storia italiana governabilità e *neoliberismo *sono termini che vanno a braccetto.

Questo ci porta alla terza parola da sabotare.

Cambiamento

Fare provvedimenti, decidere, decidere rapidamente, cambiare. Chi non è preso da questo furore è fuori dal progresso. Troppo facile affermare che nulla si dice sul segno di questo cambiamento, sul contenuto dei provvedimenti. E però cambiamento è uno di quei “prodottini” che si vende benissimo. Si vende da solo, dicono i venditori di pentole.

Qui le teorie e le ipotesi devono lasciare il passo alla memoria, personale o condivisa, di fatti vissuti direttamente o ricostruiti; insomma bisogna fare uno sforzo: concentrarsi sul passato prossimo. Fissiamo una data: 1980. E chiediamoci cosa ha significato, di fatto, cambiamento in questi quarant’anni. La mia lettura, un po’ istintiva e senza raffinati distinguo, è la seguente: cambiamento è stata, sul piano collettivo e politico, in questi anni il maldestro travestimento del peggioramento.

Mi spiego. Per Calamandrei la Costituzione era una “rivoluzione promessa” in cambio di una “rivoluzione mancata”. Intendendo che in quella promessa c’era la *possibilità *che i principi sanciti dalla prima parte della Carta potessero diventare realtà. Era una partita tutta da giocare. Semplificando al massimo: il primo tempo di questa partita, gli anni dal 1950 al 1980, li potremmo definire gli anni dell’avvicinamento. In mezzo a mille contraddizioni alcuni di quei principi si sono avvicinati alla realtà. I punti più alti di questo “avvicinamento” sono le riforme già ricordate: statuto dei lavoratori e istituzione del sistema sanitario nazionale in testa a mio avviso. Per inciso: questi alti momenti istituzionali non sono il prodotto di parlamenti e governi illuminati, ma l’esito di pressing popolare, coinvolgimento democratico, conflitto verticale (non uso volutamente il termine *partecipazione *altro vocabolo che andrebbe sottoposto a detersione politica).

Il quarantennio successivo, dal 1980 appunto, è il tempo dell’allontanamento. Di fatto i principi costituzionali sono gradualmente disattesi. La rivoluzione tradita. Sono gli anni della lotta di classe dichiarata “dall’alto” direbbe la buonanima di Luciano Gallino. Le classi dirigenti, il finanz-capitale, i padroni (chiamateli come vi pare) si riprendono, con gli interessi, il poco che avevano concesso. La revisione costituzionale promossa da Boschi e Renzi è un pezzo di questa storia.

Chi oggi intraprende la battaglia referendaria per il no deve fare i conti con la “morte” della Costituzione, col fatto che oggi la Costituzione “materiale” del paese è già radicalmente riformata, in peggio.

Oggi solo apparentemente la battaglia non riguarda i principi generali della Costituzione, quelli sanciti nella prima parte della Carta. In realtà quanto più si affievoliscono i freni e contrappesi previsti nella seconda parte, quanto più si alterano le procedure dell’esercizio del potere (che non sono mai neutre) tanto più si apre alla possibilità di allontanarsi dai principi generali sanciti nella prima parte, che i fautori del sì si affrettano a dire intoccata.

Alcune osservazioni “tecniche”

Non sono un costituzionalista. Un maestro elementare con l’hobby del diritto, piuttosto. Proprio per questo sento di poter prendere parola: perché le costituzioni sono affare del popolo e non dei governi. E allora: per chiudere alcune riflessioni su tre temi che più appassionano politici e media.

Il primo riguarda la legge elettorale. Assolutamente non condivisibile il posizionamento di chi, in soldoni, dice: “se si abolisce l’Italicum, si può votare sì al referendum costituzionale”. L’Italicum è forse la peggiore legge elettorale che abbia avuto l’Italia repubblicana e la somma, legge elettorale più riforma costituzionale, accelera senz’altro il processo di accentramento del potere di cui parlavo. Ma far discendere da questo un possibile baratto (un po’ di “decenza” elettorale in cambio dell’acquiescenza alla riforma costituzionale) è veramente frutto di miopia, e, come detto, quando si parla di Costituzione non si può essere miopi ma si deve avere la capacità di guardare lontano e da lontano. Le leggi elettorali si fanno con le ordinarie maggioranze parlamentari, a differenza delle riforme costituzionali. Se si crea una intelaiatura costituzionale che, accostata ad una particolare modalità di eleggere i rappresentanti del popolo, dà vita a involuzioni autoritarie, niente vieta che in futuro quella modalità, oggi accantonata per calcoli politici, torni ad essere imposta.

E poi la “personalizzazione” del referendum. Quello che di fatto renderà il referendum un esame per il governo, non sono le scomposte dichiarazioni di Renzi sulle sue dimissioni in caso di sconfitta, dichiarazioni poi rimangiate su “consiglio” di chi ha preso in mano le strategie della campagna referendaria. Quello che si giudicherà sarà (anche) un metodo. Sembra un discorso tecnico ma non lo è. Come dire: questo governo agisce come se già fosse in vigore la “nuova” Costituzione. Tutto si produce per via governativa. Consultare è verbo sconosciuto. Pensate, al di là dei contenuti, a come è nata la riforma dell’istruzione (chiamata, pubblicitariamente, buona scuola): di fatto il mondo della scuola è stato assolutamente escluso dalle decisioni, della riforma essendo oggetto senza mai avvicinarsi nemmeno un po’ ad esserne soggetto. Pensate a come vengono programmate e realizzate le grandi opere in Italia: i processi di partecipazione sono ridicole procedure in cui ai cittadini viene lasciato un marginalissimo spazio d’intervento che non arriva mai ad un giudizio sul se dell’opera. E infatti il “no” non è proprio previsto, spesso criminalizzato.

Quello, in sintesi, è il metodo. Per onestà va detto che il brevetto non è di Matteo Renzi che ne è “solo” un impeccabile interprete. Se un tratto distintivo volessimo cercare nel suo Governo potremmo rinvenirlo proprio in questo sordo pragmatismo portato al limite. Per decidere, semplificare, cambiare.

Infine il Senato. Siamo nel territorio del dilettantismo applicato al diritto. Si definisce un Senato composto in maniera quantomeno singolare (en passant: per alcuni costituzionalisti, sottraendo sovranità al popolo in merito all’elezione, si incide sulla forma di stato e non – solo – sulla forma di governo: da ciò l’impossibilità di un cambiamento della Carta senza passare da una nuova Assemblea Costituente); si struttura il Senato come camera “minore” e conseguenzialmente le si toglie la facoltà di votare la fiducia ma poi le si concede il voto, tra le altre cose, sulle revisioni alla Costituzione e sui trattati comunitari; le si sottrae la possibilità di votare la legge di stabilità ma poi le si dà il compito di nominare due giudici costituzionali (gli altri tre sono eletti da 630 Deputati. I giudici sono 15 in tutto). Grossa è la confusione.

Ma qui il tema vero è l’elezione: insomma, è da tempo oramai che, di fatto, la sovranità non appartiene al popolo, ma sentirselo dire in maniera così diretta e leggerlo nero su bianco fa comunque un certo effetto.

Questo pezzo è uscito su Gli Asini, che ringraziamo

Roghi e Discariche ad Orta. Noi non ci fermiamo!

Per il nostro Collettivo che è nato da persone, attivisti e militanti, che della battaglia in Terra dei Fuochi ne hanno fatto una ragione di vita, la questione ambientale non poteva essere una marchetta di propaganda per piazzare una bandierina su un tema che riteniamo centrale o che almeno dovrebbe essere tale nella discussione politica di Orta di Atella.

Con questo spirito il 29/12/2015 protocollammo le osservazioni al Registro delle Aree interessate da abbandono e roghi di rifiuti e seguendo lo stesso spirito il 05/07/2016, stante l’immobilità nell’adozione di qualsivoglia azione diretta a bonificare le Aree oggetto del Registro protocollammo un’instanza di sollecito al Sindaco di Orta di Atella al fine di dare effettiva attuazione a quanto previsto dalla già limitate Legge Regionale 20/2013.

Sono passati 9 mesi dalle prime osservazioni, 6 mesi dall’istituzione del Registro e 2 mesi dalla nostra istanza di sollecito senza che sia stata fatta nessuna azione significativa ne tantomeno l’amministrazione abbia posto seriamente la questione nella discussione politica, non c’è stata una programmazione degli interventi, non c’è stato un incontro, non sono state date rassicurazioni e non sono state date nessun tipo di prospettive per la risoluzione del problema, l’unica cosa “seria” che è avvenuta è stato l’ennesimo mega rogo a San Pancrazio a cento metri dal Sindaco e l’Amministrazione Comunale tutta riunita per l’inaugurazione del nuovo Cimitero.

Questo è intollerabile!

Per questo il Collettivo Politico Culturale Città Visibile e l’ACU – Associazione Consumatori Utenti tramite i propri legali hanno fatto pervenire una Diffida ad Adempiere e una richiesta di azione congiunta relativamente alle aree soggette a roghi e sversamenti oltre che al Sindaco, al Ministero dell’Ambiente, al Commissario per i Roghi in Campania, alla Direzione Generale per l’Ambiente e l’Ecosistema della Regione Campania, al Distretto 18 dell’ASL, alla Campania Ambiente e Servizi spa e all’ANAC.

Orta di Atella non può essere più una discarica!

Chiediamo al Sindaco di attivarsi presso queste altre Istituzioni perché gli diano gli strumenti idonei a far si che si possa procedere alla bonifica dei siti.

Non siamo ciechi e sordi, sappiamo che Terra dei Fuochi è un problema vasto che non può essere scaricato sulle spalle dei Comuni ma ci vediamo e sentiamo abbastanza per valutare l’azione di questa Amministrazione del tutto insufficiente.

Non è stato fatto neanche quel poco che si poteva fare e finché il Sindaco non farà sua questa battaglia andando a bussare a tutte le autorità in grado di intervenire per risolvere il problema noi non ci fermeremo.

Questa è una battaglia che abbiamo intenzione di vincere.

Ci vediamo tra 20 giorni!

NO! al Referendum Costituzionale – assemblea aperta

Se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate sulle montagne dove caddero i Partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare libertà e dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione.
― Piero Calamandrei

Con la Riforma Costituzionale e la Legge Elettorale il Governo vuole svuotare la democrazia e indebolire la Costituzione: è nostro dovere di liberi cittadini e cittadine dire NO! allo sciacallaggio dei nostri diritti.

La Costituzione Repubblicana, nata dalla Resistenza e dalla Liberazione dal nazifascismo, rappresenta il punto più alto della convivenza libera e civile nel nostro Paese in quanto regola diritti e doveri di ogni cittadino. Nasce dunque con lo scopo di salvaguardare diritti e libertà democratiche ed evitare ogni pulsione autoritaria dello Stato. Solidarietà, uguaglianza, giustizia, libertà, laicità sono i principi su cui si regge la Carta Costituzionale e rappresentano la linfa vitale della democrazia: senza di essi la coesione sociale non esisterebbe e si correrebbe il rischio di regalare la società in mano a pulsioni pericolose, violente e disgregatrici.

Tutelare la Costituzione e la democrazia significa garantire la sovranità popolare e ridare voce agli uomini e alle donne per liberarli da oppressione e ingiustizia: diciamo con forza il nostro NO! a quello che è un vero e proprio furto della sovranità e della democrazia. Come cita l’Art. 1 della Costituzione «la sovranità appartiene al Popolo» e non di certo ad una manica di nominati e corrotti che siedono tra gli scranni del Parlamento dando seguito ad interessi di banche, lobbies economiche e affaristico-finanziarie, poteri forti e grandi corporations, ignorando completamente le esigenze di un popolo che ha pagato sulla propria pelle il prezzo di una crisi generata da malaffare, corruzione e scelte economiche del tutto sbagliate.

Il voto referendario è alle porte. E’ nostro dovere di cittadini non restare a guardare: bisogna agire per riprenderci tutto ciò che è nostro, per questo Martedì 19 Luglio alle ore 20:30 ci incontreremo presso la sede del Collettivo Politico Culturale Città Visibile in Piazza Pertini per unirci assieme alle forze politiche, sociali, culturali, associative, sindacali e liberi cittadini che dicono NO! allo scempio della democrazia e della Costituzione.

Orta è ancora una discarica

A sette mesi dai prospetti redatti dall’ufficio tecnico con l’indicazione delle aree pubbliche e private dove si sono verificati abbandoni o roghi di rifiuti, a sei mesi dalle nostre Osservazioni in cui a quel prospetto indicavamo altre aree non inserite e comunque interessate dal fenomeno, a tre mesi dalla delibera di Giunta n. 18 che approvava il registro delle aree interessate da abbandono e rogo di rifiuti siamo tornati sui luoghi delle discariche per appurare che tutto è come prima.

Dobbiamo constatare che l’Amministrazione Comunale non solo è stata deficitaria ma ha totalmente ignorato il problema e mentre il Sindaco inaugurava con appena 20 anni di ritardo l’inizio dei lavori del Cimitero Comunale a San Pancrazio, a 100 metri bruciava di tutto.

Un inferno a cui non si è voluto mettere mano, un problema che evidentemente non c’è volontà politica di risolvere.

Di fronte a questo immobilismo è stato inevitabile per noi dover protocollare una diffida ad adempiere secondo le Leggi Regionali e dello Stato, chiediamo al Sindaco e alla Giunta Comunale di usare i mezzi messi a disposizione, peraltro limitati, dalla legislazione corrente.

Pretendiamo che questa Amministrazione la smetta di preoccuparsi solo di poltrone, come ha fatto finora con la Presidenza del Consiglio Comunale, come ha fatto con la Presidenza della Acquedotti scpa, come ha fatto con le deleghe illegittime affidate ai Consiglieri Comunali.

Pretendiamo che questi Amministratori che nonostante i tanti anni di vassallaggio risultano ancora improvvisati alla politica, provino a governare se ne sono capaci o se ne vadano a casa.

Pretendiamo un minimo di decenza amministrativa.

Lo stato in cui versano alcune zone di Orta di Atella sono indegne per un paese civile.

Qui il reportage fotografico delle Discariche che sono rimaste tali:

  1. Eurocompost – Coordinate 40.971164N 14.286844 E
  2. Località Masseria San Nicola Coordinate 40.991757N 14.282025 e Località Santo Stefano Coordinate 40.992079N 14.280453E
  3. Località Masseria Barone Coordinate 40.978120N 14.269950E
  4. Prolungamento via Clanio e Località Cervone Coordinate 40.978845 N 14.281503 E
  5. San Pancrazio Coordinate 40.987099 N 14.289073 E
  6. Zona PIP 2 ambito 22 Coordinate 40.978185N 14.272450E
  7. Via Giardino Ciardulli e Località Tavernole Coordinate 40°58’24.1N 14°16’51.8E
  8. Via San Michele Coordinate 40.991446N 14.289611 E

Il documento consegnato al Comune di Orta di Atella, protocollo n. 10102 del 05/07/2016, è scaricabile da qui.

“Quando è troppo è troppo!” Bernie Sanders arriva a Succivo

Quando è troppo è troppo! pubblicato dall’editore Castelvecchi è la raccolta di discorsi del Senatore Bernie Sanders, candidato alle primarie del Partito Democratico americano e curati nell’edizione italiana da Rosa Fioravante che sarà al centro dell’incontro organizzato Martedì 5 Luglio dalle 18:00 presso la sede di SfogliaAtella Lab, al Corso Atella 5 di Succivo, coorganizzatrice dell’evento assieme al Collettivo Politico Culturale Città Visibile di Orta di Atella.

Compiremo un incredibile viaggio in questa “anomalia” tutta americana: il vecchio Senatore del Vermont, nonostante i suoi 75 anni suonati, 35 dei quali passati da militante per i diritti civili e sociali e contro ogni tipo di guerra e discriminazione, riesce a fare breccia nel cuore di centinaia di migliaia di giovani americani, i cosiddetti “millennials” ossia la generazione nata a partire dagli anni 80-90: nata in piena società post-industriale e cresciuta nell’era della rivoluzione digitale è forse la generazione che più di tutte ha sofferto la crisi di fine anni 2000 trovandosi a vivere sotto l’ombra incombente di precarietà e disoccupazione.  

Bernie Sanders, “socialista” per autodefinizione in una realtà come quella americana dove questo termine agita vecchie paure verso un “nemico” che per decenni era visto come una minaccia imminente e usato dalla propaganda per schiacciare il dissenso e giustificare ogni tipo di repressione, ha rappresentato la vera novità delle primarie democratiche, una novità che non si assopisce con l’inevitabile sconfitta contro l’altra contendente democratica alla Casa Bianca Hilary Clinton, sostenuta dall’establishment politico e dalle lobbies economico-finaziarie, e che in qualche modo smonta ogni retorica giovanilistica all’insegna della rottamazione (cfr. renzismo).

Portavoce delle istanze del movimento Occupy Wall Street che ha denunciato al mondo intero ingiustizie e iniquità del capitalismo finanziario e al tempo stesso portatore di una prospettiva di “socialismo democratico”, Bernie Sander ha basato la propria campagna sulla necessità di un nuovo welfare che si occupi di tutti i cittadini, soprattutto dei più deboli, che garantisca cioè una sanità pubblica e gratuita per tutti, la possibilità di accesso all’università anche per gli studenti più poveri e una politica dal basso che sia aperta a tutte le classi sociali e che non sia solo appannaggio per i più ricchi. Un tema cruciale affrontato da Sanders è proprio quello del finanziamento della politica. Il senatore del Vermont è infatti l’unico candidato a non accettare i finanziamenti provenienti dai “SuperPacs”, un sistema che permette ai grandi gruppi finanziari di controllare la politica americana: Sanders accetta solo piccole donazioni da parte dei suoi elettori esercitando così una politica libera da ogni condizionamento esterno.

Abbiamo la soluzione al conflitto tra il Sindaco Mozzillo e il Presidente Indaco

Abbiamo mobilitato i nostri esperti alla ricerca di una soluzione al problema che negli ultimi mesi ha attanagliato la vita di migliaia di Ortesi, abbiamo interpellato fini politologhi ed esperti in materia, abbiamo analizzato lo Statuto, i Regolarmenti e tutte le sentenze espresse sul caso, abbiamo avuto tavole rotonde con prefetti, commissari, emissari del Governo centrale e Regionale per sciogliere questa matassa senza il quale, diciamocelo, non si può che restare in una situazione di stallo politico.

Tutto il nostro impegno profuso nella risoluzione del problema che ruota attorno alla revoca della carica del Presidente del Consiglio Comunale.

Può il Sindaco Giuseppe Mozzillo andare in Consiglio Comunale e revocare la Carica ad Eduardo Indaco?

Ebbene alla fine di tutte queste consultazioni è emerso un dato su cui tutti gli esperti concordano e sappiamo che troverà anche il plauso della stragande maggioranza di cittadini.

La soluzione è semplice.

Se ne andassero a casa entrambi e liberassero il Consiglio Comunale che hanno tenuto in ostaggio per un anno intero.

Liberateci!

Pretesti per parlarne: Storia dell’Italia Mafiosa il 10 giugno

Storia dell’Italia Mafiosa” del Professore Isaia Sales sarà al centro di un nuovo incontro organizzato dal Collettivo Politico Culturale Città Visibile nell’ambito della rassegna “Pretesti per Parlarne”.

La presentazione si terrà Venerdì 10 Giugno dalle ore 18:30 nelle Sale all’interno del Chiostro del Convento dei Frati Minori in Piazza San Salvatore di Orta di Atella.

Il libro dello studioso edito da Rubbettino, frutto di tre anni di ricerche sulla mafia vista come componente essenziale della storia d’Italia e non solo come fenomeno delinquenziale. Proprio nella sua capacità di essere “nella storia” il fenomeno mafioso ha mostrato la sua persistenza, la sua peculiarità conservatrice, fondata sulla capacità di essere un sistema di potere in continua relazione con altri poteri, di saper stringere patti anche con quello Stato che avrebbe dovuto combatterla senza mai mostrare reticenze a farlo.

E cosi le mafie, nate sotto il dominio dei Borbone, prolificate nello Stato unitario, hanno seguitato e seguitano a esistere, adeguando le manifestazioni del proprio potere allo scorrere del tempo.

Un incontro che verrà la partecipazione dell’autore, Isaia Sales docente di Storia delle mafie all’università Suor Orsola Benincasa di Napoli, editorialista del Corriere del Mezzogiorno e convinto assertore del fatto che le mafie siano state e siano anch’esse partecipi dell’autobiografia della nazione. Quindi non un fenomeno di contorno. E certamente non un fenomeno limitato esclusivamente al Mezzogiorno del nostro paese.

Con l’autore sarà presente il Magistrato Giovanni Conzo, Procuratore Aggiunto a Benevento e già Sostituto a Torre Annunziata, Santa Maria Capua Vetere e alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, nonché autore di numerose pubblicazioni e con un passato di lotta alle mafie straniere e alla criminalità organizzata.

A moderare la discussione la Giornalista Francesca Ghidini inviata speciale della RAI che si occupa di ambiente ed ecomafie da 15 anni. Sulla Terra dei Fuochi, ha realizzato dirette e reportage per Ambiente Italia (RAI 3), TG1, TG2 e RAI News 24. Ha dedicato numerose inchieste alle collusioni tra politica e camorra in Campania.

L’introduzione alla discussione sarà curata dal Collettivo Città Visibile e sarà l’occasione per la sottolineatura dei nessi storici tra politica e camorra nei nostri territori.

Ken Loach, il cinema e la militanza

Ken Loach ha vinto la Palma d’oro al festival del cinema di Cannes con il film “I, Daniel Blake”. È al suo secondo riconoscimento sulla croisette, che arriva dieci anni dopo “Il vento che accarezza l’erba” sulla lotta per l’ indipendenza dell’Irlanda dalla corona inglese. Il film dell’autore inglese si è certamente aggiudicato il premio per motivi esclusivamente cinematografici, ma a me piace sottolineare il valore simbolico che assume la vittoria del suo film, il fatto che, in un tempo storico percorso da una generalizzata disaffezione nei confronti delle politiche di governo, in concomitanza quasi con la possibile vittoria elettorale in Austria della destra xenofoba, ad essere premiato sia stato  un autore che continua imperterrito a considerare l’impegno politico come l’unica strada possibile per cercare i cambiare lo stato delle cose, a parlarci di una politica che non appassiona più in ragione di una idea di mondo da perseguire e che si autoalimenta sulle paure planetarie artatamente inculcate.

Diversi autori potevano aggiudicarsi la Palma d’oro in questa sessantanovesima edizione del festival di Cannes. Poteva prevalere uno tra il talento esuberante del giovane Xavier Dolan (“Juste la fin du monde”), l’elegia dolente di Jim Jarmusch (“Paterson”), il rigore etico proveniente dall’emergente cinematografia rumena con autori come Cristian Mungiu e Cristi Puiu (“Gratuatio” e “Sieranevada”). O ancora, lo spessore autoriale di Olivier Assayas (“Personal shopper”), di Pedro Almodovar (“Julieta”), dei fratelli Dardenne (“Le fille inconnue”), l’originalità di linguaggio di Brillante Mendoza (“Ma’Rosa”) o di Nicolas Winding Refn (“The neon demon”). Ed, invece, a prevalere è stato un giovane ottantenne che ostinatamente continua a percorrere il suo percorso artistico al fianco degli ultimi, degli emarginati, degli esclusi, dei sognatori, un autore di lungo corso che ha sempre concepito il cinema come un mezzo attraverso cui pensare ad un altro mondo possibile. Un cantore delle belle speranze.

L’originalità della sua poetica risiede nel fatto che il suo è un cinema che si sviluppa intorno a idee forti perorate con coerente ragionevolezza critica, che intorno ad esse porta a convogliarvi l’attenzione pubblica, non ricercandola nell’accondiscendenza passiva di chi ha la sua stessa sensibilità politica, ma sapendo generare sdegno in chiunque non si mostri indifferente di fronte alla lucida evidenza di un’ingiustizia. Il suo è un cinema militante ma mai retorico, appassionato ma mai declamatorio, ideologico ma mai moralistico.  Un cinema che scruta la storia nelle sue pieghe più nascoste e ha l’abilità di fermarsi sempre alla giusta distanza : per mostrare i fatti nel loro concreto avverarsi senza compiacersi mai della sua particolare visione delle cose.

E’ rimasto sempre se stesso Ken Loach, la sua militanza inossidabile delinea una posizione precisa da cui poter guardare le cose del mondo, militanza che resiste all’usura del tempo perché fatta di cosciente umanesimo, di fede nell’ideale Socialista, priva di quegli orpelli iconografici che rischiano di renderla evanescente.

Viva Ken Loach il Rosso!

Acquedotti scpa: chi ci guadagna?

Nelle ultime settimane, la società che gestisce il servizio idrico è balzata agli onori delle cronache per aver arbitrariamente aumentato, se non raddoppiato, le tariffe sull’acqua fornita ai cittadini.

Ma cos’è la Acquedotti scpa e chi c’è dietro di essa a prendere queste decisioni?

Acquedotti scpa è una società consortile a prevalente capitale pubblico, con un socio di maggioranza privato, la Ottogas srl, che detiene il 49% delle quote e il restante 51% in mano a 9 Comuni tra cui Orta di Atella. Quest’ultimo detiene, nella quota pubblica, il maggior numero di azioni con il 37,75%, essendo il nostro Comune promotore della costituzione della suddetta società nel 2001.

Ovviamente la Acquedotti non lavora solo ad Orta ma anche nei restanti 8 Comuni che hanno quote nella società e anche in questi Comuni si è fatto sentire il fenomeno “cartelle pazze” con lo spropositato aumento delle tariffe.

Quindi, questa società lavora come una normale Azienda privata, con un Consiglio di Amministrazione formato da membri dei Comuni con Presidente il delegato di Orta di Atella e un Amministratore Delegato deciso nei fatti dalla società privata. Si gestisce l’acqua come una merce, la si vende si guadagna e si ripartiscono gli utili.

A cosa vuole portare questo ragionamento? Ad una conclusione semplice.

Nella Acquedotti scpa sulla carta comandano i Comuni, il CdA è in mano ad esso, il Presidente del CdA è nominato dal Comune di Orta di Atella quindi le linee programmatiche che l’Amministratore Delegato deve perseguire le decidono i Comuni.
Sulla carta.

Ritornando all’aumento delle tariffe dovuto alla decisione della società di eliminare le fasce di consumo “minimo impegnato” questa risulta essere una decisione avallata coscientemente dalle “quote” pubbliche della Società.

Quindi delle due l’una:

  • o i Comuni, con Orta di Atella in testa, hanno ritenuto di dare queste linee programmatiche circa l’aumento delle tariffe e quindi questa è una decisione prettamente politica a cui l’Amministrazione deve dar conto e deve relazionare ai cittadini
  • o i Comuni in questa Società non contano niente quindi Acquedotti è gestita solo dalla Ottogas srl che ne decide le linee programmatiche. Allora quella che all’apparenza sembra essere una Società Mista a prevalenza di Capitale Pubblico, non è altro che un baraccone nato da un lato per mascherare l’assoluta gestione privata di un bene pubblico e dall’altro per assicurare ulteriori poltrone ai Comuni che di fatto possono contare sull’Assessorato “Acquedotti”.

Perché c’è da dire che questa società ha elargito compensi per il solo Consiglio di Amministrazione e per l’Amministratore Delegato nel 2015 per € 152.912,69 mentre nel 2014 i compensi per CdA, Management, Sindaci Revisori e Comitato Tecnico Consultivo sono stati € 237.560,00. Ora non è chiaro se nel 2015 i Sindaci Revisori e C.T.C. non hanno percepito indennizzi o semplicemente questi non sono stati pubblicati.

A questo punto la domanda è quasi scontata.

Chi ci guadagna dalla gestione del servizio da parte della Acquedotti scpa?

I cittadini certamente no, con le tariffe che in alcuni casi sfiorano i 2 €/mc e con una gestione idrica a dir poco approssimativa.

Cosa garantisce questa gestione privata che una gestione totalmente pubblica, come del resto chiesto dalla maggioranza dei cittadini italiani con un referendum, non possa garantire?

E qui la richiesta non è tecnica ma tutta politica e dalla politica, quindi dall’Amministrazione, pretendiamo una risposta.

Cosa c’è da difendere se il servizio è carente e le tariffe stellari? C’è almeno un tornaconto economico per l’Ente? O si difende solo il privilegio di qualche poltrona in più per qualche amico e qualche amico di qualche ex amico?

Noi la risposta la conosciamo, ma per una volta vorremmo che l’Amministrazione facesse il suo dovere e rispondesse a chi gli paga lo stipendio, ovvero i Cittadini.

Un ultimo e definitivo atto d’igiene politica: DIMETTETEVI

Non esiste una moralità pubblica e una moralità privata. La moralità è una sola, perbacco, e vale per tutte le manifestazioni della vita. E chi approfitta della politica per guadagnare poltrone o prebende non è un politico.
È un affarista, un disonesto.
— Sandro Pertini

Gli ultimi giorni hanno visto nuovamente Orta di Atella al centro della cronaca giudiziaria. Quello che emerge, in tutta la sua dirompente tragicità, è un disarmante degrado politico e morale, il quadro di un ceto politico ortese abituato alla commistione con zone grigie della società, se non del tutto asservito ad esse.

Fotografia che fa il paio con quella, tutta politica, che ci è stata regalata in occasione dell’ultimo NON consiglio comunale: una faida, una vergogna, uno schifo. In nome della più spudorata difesa delle rispettive posizioni e cariche abbiamo assistito ad un riprovevole balletto sulle macerie di questa città, un balletto che grida vendetta perché certifica, una volta di più, che chi amministra Orta di Atella ha perso completamente il senso della misura, della decenza, ed agisce ormai in esclusivo ossequio alle logiche della guerra tra bande. Il cittadino questo sconosciuto.

Le ultime dichiarazioni di Sergio Orsi nel processo GMC non restituiscono nessun nuovo elemento e purtroppo non rappresentano neanche minimamente il fondo che sicuramente ci dovremmo preparare a toccare nelle prossime settimane. Allo stesso tempo non ci interessa sottolineare o soffiare sul fuoco della situazione giudiziaria dei singoli, innocenti fino a prova contraria. Quello che a noi interessa è il quadro d’insieme, è l’aspetto etico, morale e dunque politico che esso ci offre.

Già sapevamo tutto, ci verrebbe da aggiungere usando una formula di pasoliniana memoria. Perché noi già sapevamo che ad Orta di Atella, da troppi anni ormai, il rispetto anche delle più elementari regole democratiche aveva ceduto il passo al saccheggio scellerato del territorio; già sapevamo che il vassallaggio verso Angelo Brancaccio, praticato senza posa da una fetta consistente della popolazione ortese, politici e non solo, era il frutto calcolato di una complicità interessata; già sapevamo che, ad Orta di Atella, un’etica sana da applicare alla politica era stata sacrificata da tempo per far posto all’uso privatistico degli spazi pubblici. Detto altrimenti, già sapevamo che la nostra cittadina è stata un’incubatrice emblematica di molti di quei mali sistemici che, molto più in generale, riguardano il “fare politica” oggi: affarismo spregiudicato, clientelismo ramificato, consociativismo conservativo. Tutto da verificare, tutto da prendere con le molle, lo abbiamo detto e lo ripetiamo, molto di quello che sta venendo in superficie non avrà neanche rilevanza penale, ma è indiscutibile che scava un solco e spinge ad assunzioni di responsabilità politiche che riteniamo che non possano più essere rifuggite.

In virtù di questa consapevolezza, il Collettivo Città Visibile chiede le immediate dimissioni di tutti coloro che, organici alla classe dirigente che ha amministrato negli ultimi decenni, ricoprono tuttora cariche politiche ed amministrative. Sulla base di responsabilità politiche incontrovertibili, al netto delle eventuali responsabilità giudiziarie, pensiamo che non sia sufficiente e anzi riduttivo chiudere il conto con vent’anni di devastazione politica e morale della nostra città con l’interdizione dai pubblici uffici di Angelo Brancaccio; noi chiediamo una sorta di interdizione volontaria per tutti coloro che hanno condiviso e alimentato quella stagione politica; per tutti coloro che per vent’anni hanno fatto in modo alternato da “servi sciocchi” a Brancaccio e oggi si nascondono dietro ad imbarazzanti distinguo e si riciclano invocando una fantomatica discontinuità amministrativa. Ma anche per quei volti nuovi che a lui debbono la loro fortuna politica e oggi si atteggiano da oppositori.

Orta di Atella non merita tutto questo fango, non merita un’amministrazione nei fatti commissariata e lo diciamo anche a chi ha gioito, tra i banchi non solo della maggioranza ma anche dell’opposizione, alla notizia del mancato scioglimento da parte del Ministero dell’Interno. Nani politici o semplicemente in malafede non vedono che Orta di Atella è commissariata di fatto; ad Orta di Atella è già impossibile fare l’ordinaria amministrazione, anche reperire la documentazione è stato un problema per l’Organo Straordinario di Liquidazione che nella nota del 2 marzo chiede una proroga al Ministero degli Interni anche in virtù di questo, perché, testualmente, “l’ente è sottoposto a varie ispezioni ministeriali”. In pratica, al Comune c’è la fila, esiste già un commissariamento oneroso dove l’unico atto politico è il pagamento degli indennizzi a fine mese.

Le dimissioni del Sindaco, del vicesindaco e della giunta, come ultimo e definitivo atto di igiene politica di chi ha calpestato qualsiasi concetto di decenza, di dignità, di etica. D’altra parte aveva ragione Borges quando diceva che “forse l’etica è una scienza scomparsa dal mondo intero. Non fa niente, dovremo inventarla un’altra volta”.

Si, dovremo inventare una nuova etica pubblica.

Noi, non voi.