Una città visibile contro l’inferno quotidiano

Orta è ridotta a Città Invisibile. Quell’inferno che quotidianamente abitiamo, e che raccontava Calvino, prende forma nei tratti di un paese immerso in un’ atmosfera surreale, atrofizzato politicamente e culturalmente, nel vortice di disagi che, di volta in volta, lo prendono e lo tormentano. Il doppio dramma dei rifiuti è solo l’ultimo dei “Casi Orta” che oramai, anche a livello nazionale, fanno scuola. Da una parte il dramma di lavoratori, soggiogati dal bisogno, a cui è stato venduto il sogno di un lavoro decente e stabile, ma che si ritrovano senza stipendio spinti sul baratro di un esistenza precaria; dall’altra l’esasperazione di cittadini che tartassati da tasse con cui pagano la spazzatura a peso d’oro, si ritrovano con cadenza mensile a dover convivere con cumuli, puzza e paura per la salute. In questo scenario osceno e degradante, c’è una politica che latita dal mondo reale, occupata a far quadrare solo poltrone e assessorati e a badare esclusivamente alla propria sopravvivenza. E questo è il colpo finale per una Città già oltraggiata da vent’anni di cattiva amministrazione, sfregi ambientali, cementificazione selvaggia e una classe dirigente dedita più al “cliens” che alla “res publica”. Spinti dalla convinzione che a questa invisibilità non ci si debba arrendere nasce il Collettivo Politico Culturale “Città Visibile”, con un preciso intento: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Le recenti vicende elettorali che hanno visto nei fatti la continuità della vecchia classe politica ci hanno convinto che i cartelli elettorali, nati senza il coinvolgimento popolare anche se spinti da una vera e sana voglia di “alternativa”, risultano fallimentari; bisogna scardinare nella quotidianità, dal punto di vista politico e culturale, le radici della malapolitica attraverso una costante presenza sul territorio; diventare alternativa praticabile nel panorama politico ortese, che ha già sperimentato sulla propria pelle la “liquidità” dei partiti politici che mai hanno inciso o hanno dato almeno la parvenza di poter cambiare le cose. È nei solchi di un paese violato e abbandonato che il nostro Collettivo vuole seminare il germe dell’indignazione, per tornare ad essere “Città Visibile”. Questo può avvenire solo se si costruisce una nuova coscienza sociale collettiva, solo se la popolazione si scopre finalmente popolo, vittima di tante angherie. Un popolo che metta insieme gli abitanti dei vecchi vicoli ortesi, ridotti a semplice serbatoio di voti, senza voce ed emarginati da qualsiasi idea di sviluppo della città, con i “nuovi ortesi”, che sono arrivati da paesi limitrofi, attratti dall’idea di una “nuova” Orta rivelatasi alla fine quartiere abbandonato a se stesso senza decenza e servizi. Un popolo che probabilmente molto ha sbagliato nelle scelte dei propri amministratori, abbagliato da falsi miti di prosperità e promesse ma che ha ancora tempo per rialzare la testa e invertire la tendenza. Il Collettivo “Città Visibile” crede che questa nuova coscienza di popolo possa tornare ad esistere come protagonista, per promuovere l’idea di una nuova cittadinanza affinché si possa fermare l’oppressione di una politica autoreferenziale, che alle macerie del passato fa seguire l’inettitudine del presente.

Come cosa bellissima

Ciao Pietro. E grazie per averci insegnato a praticare il dubbio.

«Non sarei sincero se dicessi a voi che sono rimasto persuaso». Con queste parole, Pietro Ingrao, rivendicava il diritto al dissenso al XI Congresso del Partito Comunista Italiano, nel 1966. Ha sempre praticato il dubbio, Pietro, e lo rivendicava come sua principale virtù. Fu comunista atipico, eretico, ma aveva una concezione quasi sacra del Partito, “lo strumento”, e dunque non praticò mai lo scisma.

Aveva la capacità di uscire dalle stanze di Botteghe Oscure e di stare tra le persone, con gli operai e con i giovani, verso cui aveva sempre grande attenzione. Fu icona, tra anni 70 e 80, di quelli, giovani e meno giovani, che individuarono in lui la speranza che il PCI potesse rinnovarsi, e innovarsi. Seppe sempre stabilire, per dirla con Gramsci, una “connessione sentimentale” con il suo popolo. Fu partigiano, direttore de L’Unità, deputato, Presidente della Camera. Amava il cinema e la poesia, che pure praticò nel tempo lasciatogli dalla politica.

Voleva la luna, Pietro Ingrao. Era un’inclinazione, un anelito. Nei tempi magri che viviamo è questa la sua lezione: pensare alla politica come ad una inclinazione, un anelito di trasformazione e non a gestione, amministrazione di ciò che esiste. Aveva molti rimpianti, Pietro. Primo fra tutti l’aver firmato l’editoriale de L’Unità nel quale, in quell’indimenticabile 1956, scriveva “Da una parte della barricata. A difesa del socialismo” in difesa dell’invasione sovietica dell’Ungheria. Non se la sarebbe mai perdonata. O ripensando all’espulsione dei compagni del Manifesto, del quale era considerato una sorta di padre putativo. Con loro mantenne poi un rapporto molto fecondo, con i vari Lucio Magri, Rossana Rossanda, Luciana Castellina, Luigi Pintor, che continuarono a vederlo come un riferimento, politico ed intellettuale.

Aveva, negli ultimi anni della sua vita centenaria, l’assillo dei giovani. Continuamente li ha invitati a non chiudersi nel disinteresse, ad interessarsi, a partecipare, perché in fondo lui ha sempre pensato che la politica fosse una cosa bellissima e non qualcosa da cui tenersi alla larga. Il suo era un invito e al tempo stesso una speranza: «Il mondo è cambiato, ma il tempo delle rivolte non è sopito: rinasce ogni giorno sotto nuove forme. Decidi tu quanto lasciarti interrogare dalle rivolte e dalle passioni del mio tempo, quanto vorrai accantonare, quanto portare con te nel futuro».

Noi, che cerchiamo quotidianamente uno spiraglio, le forme possibili per incidere e trasformare l’esistente, ti portiamo con noi, caro Pietro, nella testa e nel cuore.

Ti teniamo in serbo come cosa bellissima.